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«Quid est veritas?». E che cos’è la bugia?37 minuti di lettura

Raffigurazione di Gesù davanti a Pilato

«Quid est veritas?» («Che cos’è la verità?»), domanda Pilato a Gesù durante la passione. La risposta è nella domanda; o meglio, è nel suo anagramma: «Est vir qui adest» («È l’uomo qui davanti a te»).

Indice
  1. Premessa: che cos’è la bugia?
    1. Un peccato “da bambini” (ma non per questo meno grave)
  2. Che implicazioni ha un peccato veniale?
    1. Circa l’impossibilità per un bugiardo abituale di acquistare l’indulgenza plenaria
    2. Come un bugiardo abituale possa rendere sacrilega la confessione
  3. «Il primo passo verso il furto e l’omicidio»
  4. Bugie “a fin di bene”?
    1. È meglio uccidere il corpo con la verità, che uccidere l’anima con una bugia
    2. Circa il relativismo: non esiste una verità “soggettiva”
    3. Non dare falsa testimonianza
  5. Dio è verità; chi dice il falso, rinnega Dio
  6. Il peccato veniale negli scritti di santa Caterina da Genova
  7. Casi controversi e risoluzioni
    1. Circa l’illiceità di bugie scherzose e prese in giro
    2. Iperboli, eufemismi, antifrasi, sarcasmo…
  8. Modi leciti per nascondere una verità
    1. Bugie “apparenti” nella Sacra Scrittura: parabole, metafore, espressioni o azioni profetiche…
    2. Restrizione mentale o atto eroico di abbandono?
    3. Simulazione, dissimulazione e finzione
  9. Conclusioni: la bugia è il peccato per antonomasia
Premessa: che cos’è la bugia?

Da vocabolario, la bugia è una falsa affermazione fatta intenzionalmente1Vedremo in seguito che la bugia è sempre intenzionale, sempre volontaria, e come tale è sempre peccaminosa. «per trarre altri in errore»2Cfr. Vocabolario Treccani alla voce bugìa1.. Si può mentire per nascondere una propria colpa, per giustificare una mancanza (bugia “officiosa” [di scusa]), per esaltare se stessi, per burlarsi di qualcuno (bugia “giocosa” [scherzosa]), per tenere celata una verità dolorosa; ma si può mentire persino per “drammatizzare” la realtà, per renderla più “interessante” (si pensi alla classica bugia sull’esistenza di Babbo Natale: una bugia affatto “innocente”, che rischia di scalfire la fiducia dei figli nei confronti dei genitori e avere ripercussioni psicologiche non da poco3Leggi Dire che Babbo Natale esiste fa male su Rivista Studio.).

Un peccato “da bambini” (ma non per questo meno grave)

Le bugie sono tra gli espedienti narrativi più frequenti della fiction e in particolare dei libri per bambini, a cui fin da subito viene insegnato che «le bugie non si dicono!» (ma se i grandi sono i primi a “raccontare favole”, non c’è da stupirsi che i piccoli facciano altrettanto!). Il romanzo dalla morale più incisiva in questo senso è Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, in cui il nostro protagonista – Pinocchio, per l’appunto – non soltanto è bugiardo, ma è anche sprovvisto di senso del dovere e affatto grato nei confronti di suo padre Geppetto, che lo ha messo al mondo e amato, e che lui rinnega in nome di quell’autodeterminazione propagandata in primis da Lucignolo (tra parentesi: sarà un caso, l’assonanza con il nome di un altro “abbagliatore” seriale, Lucifero?). Per di più, Pinocchio è sordo ai richiami del grillo parlante, la coscienza, preferendo ai suoi ammonimenti il consiglio di due malfattori del calibro del Gatto e la Volpe. Finisce così, con Lucignolo, per trasformarsi anche lui in una bestia, mentre ben altra era in origine la sua chiamata, e cioè quella a diventare un bambino, un uomo “vero”. Ci riuscirà in un secondo momento, dopo essersi ravveduto, stavolta non da solo, ma con l’aiuto della Fata, allegoria della grazia acquistataci realmente da Cristo e della mediazione operata dalla Madonna. Tutto questo nonostante lo scetticismo materialista, fisicista, per non dire “nichilista” di mastro Ciliegia, non disposto ad andare oltre le sue sembianze di pezzo di legno; di corpo materiale, sì, ma misteriosamente dotato di anima spirituale. Perché è menzogna anche credere di essere peggiori, “inferiori” rispetto a quanto si è, soffermandosi su un’apparenza formale traditrice della nostra vera essenza sostanziale.

L’abbiamo detto poco fa: l’uomo, irresponsabile e “bambino” (infantile), mente per autodeterminarsi. Ma il primo inganno è proprio questo! È possibile determinare chi siamo, conoscere la nostra “vera” identità, soltanto rapportandoci al Padre-creatore, che ci conosce meglio di chiunque altro, meglio persino di noi stessi. La nostra prima identità è proprio quella di figli, identità che viene (rin)negata nel momento stesso in cui diciamo una bugia: che somiglianza filiale può esserci, tra un mentitore qualsiasi e un Dio che «è verità»4Cfr. Gv 17,17., la cui essenza stessa è «la verità»5Cfr. Gv 14,6.?

Che implicazioni ha un peccato veniale?

Appare chiaro fino a qui come la bugia sia un peccato per certi versi bambinesco; questo, però, non legittima a sottovalutarlo o a sentirsene in qualche modo “scusati”: la menzogna è «il primo passo verso il furto e l’omicidio»6Citiamo una sentenza attribuita a Maria santissima nei Quaderni della Valtorta (volume VII, capitolo 442.4)., e ciò è comprensibile anche soltanto alla luce della sua natura di peccato veniale. Al pari delle altre colpe “lievi”7In questa sede analizzeremo soltanto le fattispecie di bugia “giocosa” e “officiosa”, senza menzionare la bugia “dannosa” (sempre un peccato mortale, se il danno che reca è grave)., infatti, essa indebolisce e raffredda la carità, ci dispone al compimento di peccati mortali e – già in questo mondo – ci rende meritevoli di grandi pene temporali8Cfr. Catechismo di San Pio X, n. 958. a sconto del male commesso.

Circa l’impossibilità per un bugiardo abituale di acquistare l’indulgenza plenaria

Ricordiamo poi che la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria è preclusa a chi versa abitualmente in stato di peccato veniale (non già “mortale”!). Il primo requisito per ottenerla, infatti, è proprio il distacco da ogni affetto dal peccato anche veniale, insomma non dev’esserci da parte del fedele alcuna volontà di commettere il benché minimo peccato9«Per acquistare l’indulgenza plenaria è necessario eseguire l’opera indulgenziata e adempiere tre condizioni: confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del sommo pontefice. Si richiede inoltre che sia escluso qualsiasi affetto al peccato anche veniale. Se manca la piena disposizione o non sono poste le predette tre condizioni, l’indulgenza è solamente parziale, salvo quanto è prescritto al n. 11 per gli impediti» (Paolo PP.VI, Indulgentiarum Doctrina [1967], n. 7).. Vien da sé che chi è solito dire bugie non possa ricevere nessuna indulgenza plenaria (badate bene che ciò dipende dalle sue cattive disposizioni, che – se può tenere nascoste agli uomini – non può tenere nascoste a Dio…).

Come un bugiardo abituale possa rendere sacrilega la confessione

In una delle sue opere10La Pratica del confessore, n. 103: «E notisi qui che questa regola corre anche per li peccati veniali, poiché sebbene comunemente si ammette che più facilmente possono assolversi quei che ricadono negli stessi peccati veniali, per esservene l’occasioni più frequenti, tuttavia, essendo comune la sentenza (6, 449, v. Sed dubitatur 1.) che sia peccato grave e sacrilegio il confessarsi di colpe leggiere senza vero dolore e proposito, né bastando il dolersi della moltitudine o sia numero eccessivo di tali colpe senza dolersi d’alcuna in particolare, come abbiamo ritenuto (Ibid. Dubitatur 2.) contro l’opinione d’alcuni, deve facilmente temersi che tali confessioni siano sacrileghe o almeno invalide»., sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787) – moralista e “grillo parlante” d’eccellenza – lascia intendere chiarissimamente che anche solo un peccato veniale confessato senza pentimento può rendere sacrilega la confessione. Tanto per fare un esempio: non è lecito accusarsi di aver proferito una bugia di scusa, una piccola bugia “innocente”, senza provare nel proprio cuore sommo dispiacere per quanto si è fatto. E il “dispiacere”, cioè la consapevolezza che – potendo tornare indietro – si preferirebbe morire, piuttosto che macchiarsi di quella pur piccola colpa, deve essere opportunamente unito al proposito di fuggire le occasioni future e di prepararsi ad altrettanto grande sacrificio, nel caso si ripresentasse un’evenienza del genere. In altre parole, è grave11Oggettivamente, vuol dire non prendere sul serio un sacramento. accusarsi di aver mentito e poi uscire dal confessionale e tornare a farlo “come se niente fosse”, deliberatamente, volontariamente.

«Il primo passo verso il furto e l’omicidio»

Ciò detto, conviene portare un distinguo tra il peccato volontario e quello involontario, specificando che – per definizione – è sempre pienamente imputabile il peccato commesso avvertitamente e deliberatamente, a prescindere da vere o presunte “buone motivazioni”. Costituiscono invece un’attenuante – nel caso del peccato involontario – gli impulsi della sensibilità e le passioni12Cfr. Ccc 1860., poiché la radice del peccato dell’uomo risiede «nella sua libera volontà»13Cfr. Ccc 1853.; “libera”, cioè, da condizioni di debolezza e inavvertenza.

Ora, una falsità non può mai essere pronunciata “per sbaglio” o sotto l’impulso di un moto d’ira, per esempio. È questo il motivo per cui la bugia è il peccato volontario per antonomasia e non è mai scusabile.

Un mentitore, in quanto tale, è capace di qualsiasi cosa. Se pecca perché vuole farlo, in certi casi addirittura con l’aggravante della premeditazione, pensando a cosa inventarsi per ingannare il prossimo quando se lo ritroverà davanti, anche solo per nascondere una verità nel momento in cui gliene verrà chiesto conto, allora è un peccatore a pieno titolo. E non c’è buona intenzione o ragione che tenga, dal momento che sta scritto: «Egli [il Signore] non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare»14Sir 15,20.. Non solo: «Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio»151Gv 3,9..

Bugie “a fin di bene”?

Abbiamo parlato a più riprese di “buone intenzioni/ragioni”; alcuni, infatti, ritengono lecito, se non addirittura “doveroso”, ricorrere in certi casi “estremi” a quello che, secondo loro, sarebbe un “piccolo” peccato che non recherebbe danno a nessuno. Le si sente chiamare “bugie a fin di bene”, una contraddizione in termini, una vera e propria stortura linguistica che, in pratica, equivale a dire: «Facciamo il male perché ne venga il bene»16Rm 3,8.. Ricordiamo però che l’ottavo comandamento, «non dire falsa testimonianza», contiene una negazione, è dunque un precetto negativo, e – come tale – ha carattere di assolutezza: mentire non è mai lecito, in nessun caso e per nessun motivo.

A fare da contraltare agli arbìtri dei cc.dd. “bugiardi a fin di bene” ci hanno pensato, nel corso dei secoli, san Pio da Pietrelcina (1887-1968), santa Caterina da Genova (1447-1510), san Tommaso d’Aquino (1225-1274) e sant’Agostino d’Ippona (354-430), questi ultimi dichiarati Dottori della Chiesa rispettivamente nel 1298 e nel 1567. Gli scritti dei Dottori sono da annoverare tra le opere che ciascun cristiano dovrebbe leggere e consultare all’occorrenza, insieme naturalmente alla Sacra Scrittura e al Magistero, in quanto parti della c.d. “Tradizione” che fa da corollario alle fonti citate. La Tradizione e i Testi Sacri sono infatti due cose strettamente congiunte e comunicanti tra loro: «Ne risulta così», si legge al numero 9 della costituzione dogmatica Dei Verbum (1965), «che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura e che di conseguenza l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza».

È meglio uccidere il corpo con la verità, che uccidere l’anima con una bugia

La bocca che dice menzogne uccide l’anima.

Sap 1,11

Poste tali premesse, passiamo a esplicitare il pensiero di sant’Agostino, autore di ben due trattati sull’argomento, La menzogna e Contro la menzogna. Si tratta di due piccoli grandi capolavori della letteratura spirituale, consistenti in una sorta di vademecum dei comportamenti da tenere nei casi in cui si fosse tentati di dire il falso. Volendo rispondere alla domanda in stile Catechismo su se sia mai concesso mentire anche solo con una “scusa” (giustificazione), diciamo che no, ciò non si può mai e per nessun motivo. Neanche – beninteso – se in ballo ci fosse la stessa vita nostra o altrui. Che cos’è più importante, infatti, la vita del corpo o quella dell’anima (in questo caso la nostra, a cui eviteremmo di macchiarsi di un pur “piccolo” peccato)? Ma, a questo punto, cediamo il passo al Doctor Gratiæ:

«“Guarda! C’è un malato grave: è veramente tra la vita e la morte; e se gli si andasse a dire che è morto l’unico suo figlio, da lui amato teneramente, le sue forze non reggerebbero di fronte a tale notizia”. Or ecco che questo malato ti chiede se il figlio vive, mentre tu sai che è morto. Cosa gli risponderai? La tua risposta dovrà per forza essere una di queste tre: “È morto”; “vive”; “non lo so”. Qualunque altra risposta tu volessi dare, egli non penserà ad altro se non che è morto, notizia che, come anch’egli comprende, tu hai paura di dargli, mentre però vorresti evitare la menzogna. Lo stesso vale per l’ipotesi che tu restassi nel più assoluto silenzio. Orbene, delle tre risposte sopra elencate due sono false: “Egli vive” e “Non lo so”; e tu non puoi darle se non mentendo. Se al contrario dirai quella che è l’unica notizia vera, e cioè che è morto, sconvolgendo la mente di quel malato tu ne procurerai la morte; e la gente griderà che sei stato tu ad ucciderlo. E chi riuscirà mai a tenere a freno la gente che propensa com’è ad ingrandire il male che si fa quando per evitare una menzogna apportatrice di salvezza le si preferisce una verità apportatrice di morte? […] Elevato così alla contemplazione di quel bene luminoso in cui non sono tenebre di menzogna, io non rimango turbato dal fatto che a noi che ci rifiutiamo di mentire e agli uomini che muoiono per avere udito la verità, questa verità venga presentata come omicida. Fa’ il caso di una donna depravata che ti aspetti per avere con te un rapporto carnale, e che tu ricusi di consentire alle sue voglie. Se sconvolta dalla ferocia del suo amore ella ne muore, forse che sarà omicida anche la castità? Inoltre leggiamo le parole: Noi siamo il buon profumo di Cristo in ogni luogo. Lo siamo in quelli che si salvano e in quelli che periscono: negli uni odore di vita che conduce alla vita, negli altri odore di morte che conduce alla morte. Oseremo chiamare omicida anche il profumo di Cristo?»17Sant’Agostino di Ippona, Contro la Menzogna, Le Vie della Cristianità, 2017, n. 18. 36..

«Orbene, quanti operano l’iniquità egli li odia; invece tutti coloro che dicono menzogne egli addirittura li manda in perdizione. Ammesso questo, chiunque accetta un tale principio come potrà lasciarsi impensierire dagli esempi addotti da quei tali che dicono: “Se viene da te un uomo che con una menzogna tu potresti liberare dalla morte, come ti comporteresti?”. Eppure quella morte, temuta stoltamente dagli uomini che non temono il peccato, è una morte che uccide il corpo, non l’anima, come insegna il Signore nel Vangelo, dove appunto ordina di non temerla. La bocca che proferisce menzogna, viceversa, uccide non il corpo ma l’anima. È scritto in termini quanto mai espliciti: La bocca che dice menzogne uccide l’anima. Come quindi non sarà un’enorme perversione affermare che per conservare ad uno la vita del corpo un altro possa lecitamente morire nello spirito? Infatti l’amore del prossimo ha come punto di riferimento l’amore verso se stessi. Dice: Amerai il prossimo tuo come te stesso. In che maniera dunque potrà uno amare un altro come se stesso, se per dare a costui la vita temporale, egli personalmente si gioca la vita eterna? In realtà, se per dargli la vita temporale uno compromettesse la sua vita temporale non sarebbe questo un amare come se stesso, ma più di se stesso. E ciò oltrepassa la norma imposta dalla sana dottrina»18Sant’Agostino, La Menzogna, Le Vie della Cristianità, 2017, n. 6. 9..

«Siccome non c’è alcun dubbio che l’anima è superiore al corpo, all’integrità del corpo va preferita l’integrità dell’anima: quell’integrità che potremo conservare per sempre. Ora, chi oserà dire che l’anima di colui che proferisce menzogne è integra? Questa in effetti è la definizione esatta della libidine: Appetito dell’anima per il quale ai beni eterni si preferiscono i beni temporali, di qualsiasi genere siano. Ne segue che nessuno può addurre ragioni valide per sostenere che almeno qualche volta è lecito mentire: fino a quando almeno non avrà dimostrato che con la menzogna si può conseguire qualche bene eterno. Ma se è vero che l’uomo tanto più si allontana dall’eternità quanto più si allontana dalla verità, è cosa quanto mai assurda asserire che uno allontanandosi dalla verità possa conseguire un qualsiasi bene. Ovvero, se c’è un qualche bene che sia eterno senza che rientri nella verità, questo non è un vero bene, e pertanto, siccome è un bene falso, non è nemmeno un bene. E come si deve stimare più l’anima che il corpo, così la verità deve stimarsi più dell’anima, con la conseguenza che essa deve essere desiderata dall’anima non solo più del corpo ma anche più di se stessa»19Sant’Agostino, La Menzogna, Le Vie della Cristianità, 2017, n. 7. 10..

Nel professare queste verità, lo stesso sant’Agostino ammette di “nutrire”20Più che “nutrire” volontariamente, “percepire” incolpevolmente. ancora qualche esitazione: «In problemi e casi dibattuti come questi il più delle volte prende il sopravvento la sensibilità umana e ne usciamo affaticati», è la chiosa sapiente del capitolo sulla Menzogna in caso di malattia. Non c’è da stupirsi se l’uomo, avvezzo com’è al male e al falso, sperimenti delle resistenze talvolta molto forti, messo di fronte al bene e al vero.

Circa il relativismo: non esiste una verità soggettiva

La parola “verità” suona dura, impositiva, nel tempo delle fake news e del relativismo. Le prime sono quasi sempre fini a se stesse, facilmente “smontabili” e “smentibili” perché – di norma – hanno per oggetto delle realtà e verità oggettive che hanno subito sofisticazioni e manipolazioni. Il relativismo, invece, è di gran lunga più subdolo, dato che gioca a nascondersi dietro la sacrosanta affermazione del «secondo me…» oppure «nel mio caso…».

«Secondo me, le bugie di scusa non fanno male a nessuno». «Mentire non si potrebbe, ma nel mio caso si deve». Ma chi può permettersi di derogare a un comandamento divino?

Non dare falsa testimonianza

A questo riguardo, presentiamo il caso dei cc.dd. “infiltrati”, i figli di Dio – frequentemente suoi ministri – che imitano l’agire dei mondani allo scopo dichiarato di evangelizzarli, stabilendo con loro un contatto e una vicinanza basati sul comune modo di fare e compiacendoli con affettazioni e manierismi che non di rado, purtroppo, li fanno risultare patetici. La missione è nel suo intento ammirabile; ciò che non mi spiego, però, è come possano sperare avere successo, se è vero – com’è vero – che la miglior testimonianza è l’esempio, mentre invece il loro agire non ha in sé nulla di esemplare. Leggiamo quanto scrive su questo punto sempre sant’Agostino, ammonendo il discepolo Cosenzio a non servirsi di tali mezzucci (doppiezza e falsità) nemmeno per trattare con gli eretici:

«Risponderai: Ma è molto più facile per noi entrare nei loro meandri se fingendo diciamo d’essere dei loro. Se questo fosse lecito o vantaggioso, Cristo avrebbe potuto comandare alle sue pecore di andare dai lupi vestite di pelle di lupo e scovarli ingannandoli con questo sotterfugio. Eppure lui non ha detto così, nemmeno quando predisse che le avrebbe mandate in mezzo ai lupi. Replicherai: Ma lì non si trattava di andarli a cercare, essendo lupi oltremodo palesi; si doveva piuttosto subire la ferocia dei loro morsi. E cosa suggerì quando, annunziando i tempi successivi, disse che sarebbero venuti lupi affamati in veste di pecora? Non era forse lì il caso di suggerire quel che pensi tu e dire: Anche voi per riuscire a trovarli mettetevi addosso la veste dei lupi; internamente però restate pecore? Ma egli non disse nulla di questo; anzi, dopo aver detto: Molti verranno da voi vestiti da pecore ma dentro sono lupi rapaci, non aggiunse: [Li riconoscerete] attraverso le vostre menzogne, ma disse: Li riconoscerete dai loro frutti. Le menzogne sono da schivarsi per amore della verità, sono da imbrigliarsi con la rete della verità, sono da uccidersi con le armi della verità. Dio ci guardi dal vincere le chiacchiere blasfeme della gente ignorante ricorrendo consapevolmente a discorsi blasfemi; ci guardi dall’evitare il male dei mentitori imitando i loro comportamenti. Come infatti eviteremo il male se per evitarlo lo commettiamo? Se infatti per adescare colui che bestemmia nell’ignoranza mi metterò a bestemmiare nella consapevolezza, quello che io faccio è peggio di ciò che acquisto col farlo. Se per catturare uno che nega Cristo senza saperlo io rinnegherò Cristo sapendo [ciò che faccio], colui che così conquisto sarà uno che mi segue nella perdizione. Io già quando lo ricerco sono perduto, prima di lui»21Sant’Agostino di Ippona, Contro la Menzogna, Le Vie della Cristianità, 2017, n. 6. 12..

Qualche secolo dopo, san Giovanni Crisostomo (334/354-407) ribadì il concetto nelle sue Omelie sul vangelo di Matteo, invitando le pecore a imitare l’Agnello, piuttosto che il lupo, mettendosi addosso una pelle che non gli appartiene (magari dopo aver fatto strage nel branco allo scopo di procurarsela):

«Finché saremo agnelli, vinceremo e, anche se saremo circondati da numerosi lupi, riusciremo a superarli. Ma se diventeremo lupi, saremo sconfitti, perché saremo privi dell’aiuto del pastore. Egli non pasce lupi, ma agnelli. Per questo se ne andrà e ti lascerà solo, perché gli impedisci di manifestare la sua potenza.
[…]
Nessuno pensi che questi comandamenti non si possano praticare. Cristo conosce meglio di ogni altro la natura delle cose. Sa bene che la violenza non si arrende alla violenza, ma alla mansuetudine»22San Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo (Om. 33, 1. 2; PG 57, 389-390)..

Parimenti, il peccato non si arrende al peccato, ma all’innocenza. E non c’è “buona intenzione” che basti a giustificare una cattiva azione: la strada per l’inferno, secondo un comune modo di dire, è lastricata, delle cc.dd. “buone intenzioni”.

«Inoltre è chiaro che l’autorità stessa della dottrina è eliminata e cessa totalmente se in coloro che vorremmo condurre alla verità, con la nostra menzogna creiamo la persuasione che qualche volta sia necessario mentire. Tener presente che la dottrina rivelata risulta composta di cose che in parte son da credersi mentre altre son da comprendersi: soltanto che alle verità da comprendersi non si può arrivare senza prima credere a quelle che debbono essere credute. Orbene, come si può credere a uno che ritiene, almeno qualche volta, necessaria la menzogna, senza pensare che egli menta anche quando ci ingiunge di credergli?»23Sant’Agostino, La Menzogna, Le Vie della Cristianità, 2017, n. 8. 11..

«Vedi dove sfocia il male della menzogna! Esso porta logicamente a rendere sospetti non solo noi agli eretici e loro a noi, ma rende ogni fratello sospetto al suo fratello; e così, mentre si ricorre alla menzogna per insegnare la fede, si ottiene, al contrario, che non si abbia più fede in alcuno»24Sant’Agostino di Ippona, Contro la Menzogna, Le Vie della Cristianità, 2017, n. 4. 7..

«In latino infatti la fede è chiamata fides per il fatto che quanto si dice si fa (= fit). Ora uno che mente è chiaro che non mostra una tal fede»25Sant’Agostino, La Menzogna, Le Vie della Cristianità, 2017, n. 20. 41..

Dio è verità; chi dice il falso, rinnega Dio

Poco più sopra si è fatto cenno a san Pio da Pietrelcina; riportiamo di seguito un botta e risposta del padre con Cleonice Morcaldi, sua figlia spirituale prediletta, dove viene sintetizzato in maniera efficacissima – alla padre Pio, insomma – il contenuto di questa trattazione. In grassetto le parole del santo:

«Neppure le bugie di scusa tu vuoi che dica, ma non portano danno.
Se non portano danno agli altri, lo portano a te: Dio è verità.
Mi domandano ciò che non posso dire.
Non sei mica tenuta a dire le tue cose agli altri.
[…]
Come posso occultare una verità a chi mi domanda? Non devo ricorrere a una scusa? E questa non è bugia?
Altro è tacere la verità, altro è mentire. La seconda parte è difettosa: la prima può essere lecita specie se chi domanda non ne ha diritto»26Cleonice Morcaldi, La mia vita vicino a Padre Pio, Edizioni Dehoniane, 1997, Roma, pp. 38, 70..

«Dio è verità», ingiunge padre Pio. Se qualcuno dunque rinnega la verità, rinnega Dio stesso. Al contrario, satana è il “padre della menzogna”27Gv, 8,44., il menzognero per antonomasia, così come le tentazioni sono inganni perpetrati allo scopo di indurci in errore. Nessun peccato, infatti, si presenta mai per quello che è: esso è sempre all’apparenza gradevole, piacevole, portatore di un appagamento o di una soddisfazione intensa e immediata.

Se satana e le sue opere si presentassero per quelle che sono, infatti, nessuno si lascerebbe ammaliare e sedurre dal loro “oscuro fascino”; “oscuro” perché (mal) celato sotto un’apparenza di bene.

Il peccato veniale negli scritti di santa Caterina da Genova

Allora, che cos’è il peccato? Che cosa rappresenta, agli occhi di Dio, una “piccola” bugia “giocosa”?

Dopo aver lasciato che i santi – e, con loro, la santa Chiesa cattolica – rispondessero a queste domande, passiamo la parola al Maestro dei maestri, nostro Signore in persona, che in santa Caterina da Genova volle trasfondere il senso di orrore e di profondo dolore che Gli procurava il dover assistere al degrado degli uomini causato dalle cc.dd. colpe “lievi” (ribadiamo che per “colpa lieve” s’intende anche solo una bugia giocosa):

«Alla vista oscura e momentanea dell’orribile malizia di un peccato veniale, fu un miracolo che io non morissi di spavento. Mi si agghiacciò per l’orrore il sangue nelle vene, mi si intirizzirono tutte le membra, e mi sorprese un tale sfinimento, che mi credea di morire in un subito. Oh che cosa più orribile di tutti i mostri della terra, anzi di tutti i mostri dell’inferno, è mai il peccato veniale! Quello che dico è assai meno di quello che vidi, né posso esprimermi in tal maniera, se non col dire: che se in un subito non fosse sparita una tale visione, mi sarei ridotta in polvere ancorché il mio corpo fosse stato di bronzo o di diamante»28Agostino da Fusignano, Discorsi istruttivi sopra i doveri del cristiano (tomo nono), Premiato Stab. di G. Antonelli, 1843, Venezia, p. 65..

Casi controversi e risoluzioni
Bugie scherzose e prese in giro

Bugia “giocosa” o “scherzosa”, il senso è il medesimo. Circa l’eventualità che anche lo scherzo possa costituire una mancanza, il Doctor Gratiæ dice di no, fornendo un parere meno convincente di quello riportato in altri testi tematici e in apparente29Vedremo in seguito, nel capitolo dedicato alla restrizione mentale, una possibile risoluzione. contraddizione con il Catechismo di San Pio X (n. 460: «Non è mai lecito dir la bugia né per giuoco, né per proprio, né per altrui vantaggio, essendo cosa per se stessa cattiva»). In compenso, come riserva, si mostra restio ad ammettere che un’anima perfetta possa prendersi libertà del genere (e in effetti risulta difficile credere che Gesù e Maria si siano concessi di scherzare in questo modo). Nello specifico, sant’Agostino osserva che molto dipende dalle circostanze soggettive e in particolare dal tono usato, se più o meno credibile e malignamente persuasivo. Ordinariamente, scrive, «è manifesto in maniera evidentissima il senso che ha in animo colui che sta scherzando: lo si ricava dalla pronunzia e dall’umore di chi parla, che appunto non è quello di uno che voglia ingannare, sebbene non proferisca la verità [completa]»30Sant’Agostino, La Menzogna, Le Vie della Cristianità, 2017, n. 2. 2..

Il discriminante, interpretiamo noi, è proprio questo: lo scherzo sarebbe lecito solo quando non comporta una negazione o un’alterazione della verità, ma solo il celamento (provvisorio) di una parte di essa.

Per quanto concerne la classificazione di questa particolare specie di bugia, sentiamo di voler riporre maggiore fiducia in san Tommaso d’Aquino, che non si limita a definirla semplice “imperfezione”. Memorabile l’episodio della presa in giro riportato in qualche biografia; per via della sua stazza, del suo atteggiamento taciturno e – immaginiamo – anche dei suoi vagheggiamenti filosofici, il giovane santo veniva spesso canzonato dai suoi compagni di studi. «Tommaso, un asino vola!», gli urlarono una volta, indicando la finestra. Lui, tra risate generali, si sporse fuori e si guardò intorno, con fare impassibile; poi rientrò e asserì, in tono quantomai serio e riflessivo: «Preferisco pensare che un asino voli, piuttosto che credere che dei frati dicano bugie». Un verdetto magistrale, quest’ultimo, che si raccorda perfettamente con la Sacra Scrittura:

Come un pazzo che scaglia
tizzoni e frecce di morte,
così è colui che inganna il suo prossimo
e poi dice: «Ma sì, è stato uno scherzo!».

Prov 26,18-19

Se più sopra abbiamo citato Pinocchio, a proposito della bugia scherzosa conviene fare un accenno alla breve favola di Al lupo! Al lupo! attribuita a Esopo (la trama è disponibile qui).

Prima morale della favola: nessuno crede ai bugiardi, neppure quando dicono la verità. Seconda morale della favola: le bugie di scherzo non sono meno pericolose e meno gravi delle menzogne propriamente dette; anzi, suggerisce l’autore, le loro implicazioni possono essere altrettanto dannose (per non dire “dannanti”!).

In generale, non si dovrebbe mai scherzare dicendo ciò che non è vero oppure ciò che non si pensa davvero, ma si dice “tanto per” (attenzione a quest’ultimo punto!):

La nostra lingua deve esprimere al di fuori le cose, come le abbiamo dentro; altrimenti, bisogna tacere.

San Vincenzo de’ Paoli (1581-1660)
Iperboli, eufemismi, antifrasi, sarcasmo…

Il discorso si fa interessante quando si parla di iperboli ed eufemismi; i volumi agostiniani non dicono nulla al riguardo, ma ricordo con un sorriso che – da brava studentessa di materie economiche e giuridiche – ne trovai menzione… nelle mie dispense di diritto privato. Proprio così: la legge umana non annovera tra le cause di annullabilità il c.d. dolus bonus nella compravendita, per esempio, e questo perché una persona di media avvedutezza è in grado di riconoscere la generica, magari “iperbolica” esaltazione della qualità del bene offerto, come quella del commerciante il quale afferma che il prodotto venduto «è il migliore del mondo» o «risolverà tutti i vostri problemi».

Questo per quanto riguarda la legge positiva; per quanto riguarda la legge naturale, invece, riteniamo che sia sempre meglio evitare di esprimersi in questo modo. È preferibile infatti che un figlio di Dio mantenga sempre una certa sobrietà, moderazione, potremmo dire “temperanza” (anche) nel linguaggio, che dovrebbe essere scevro da ogni forma di eccesso o di superfluo a livello di retorica; ora, è evidente che le iperboli e anche le antifrasi31Le espressioni sarcastiche, che consistono nell’affermare qualcosa intendendo il suo contrario. Es.: «Hai fatto proprio un bell’affare!», intendendo: «Hai concluso un affare disastroso!». siano l’opposto della moderazione e l’opposto della sobrietà (si tratta appunto di “esagerazioni” o per eccesso o per difetto!). Ancora, abbiamo detto che una persona “di media avvedutezza” non dovrebbe avere problemi nel recepire il giusto messaggio al netto dei vari artifizi retorici; che dire invece delle persone non “neurotipiche”? È un caso limite, chiaramente, ma lo riportiamo a titolo di curiosità: uno dei tratti distintivi degli individui “neurodiversi”32Gli individui caratterizzati da quella forma di autismo ad alto funzionamento anche detta “sindrome di Asperger”; tale condizione è più diffusa di quanto si pensi. è proprio l’incapacità di cogliere il sarcasmo e di comprendere i modi di dire (prendono letteralmente tutto alla lettera!); parlare chiaro, in questo caso, vuol dire anche fare un piccolo atto di carità nei loro confronti…

Un altro aspetto da considerare è che l’uso di espressioni sarcastiche, espressioni di un’ironia amara e pungente33Particolarmente indicativa è l’etimologia della parola “sarcasmo”, dal greco sarkasmós, ovvero “lacerazione di carni”. «ispirata da animosità»34Cfr. Vocabolario Treccani alla voce sarcasmo. (e già solo per questo difettosa), può renderci estremamente antipatici al nostro interlocutore. Ma se il nostro intento, in quanto cristiani, è quello di essere amabili, vien da sé che è preferibile fare a meno di queste espressioni…

Sia invece il vostro parlare: «Sì, sì», «No, no»; il di più viene dal Maligno.

Mt 5,37

Un’esagerazione che invece è sempre da condannare senza mezzi termini è quella del giuramento; c’è un motivo se Gesù, nel Vangelo, invita a esprimersi in maniera sobria e sintetica, a non spergiurare ma neanche solo a giurare, e questo perché chi dice sempre la verità non ha bisogno di appellarsi, “arrampicarsi” a qualcosa o a qualcun altro, di chiamare in causa – scomodandoli – il «cielo», la «terra» o «Gerusalemme»35Cfr. Mt 5,33-37.. È la sua integrità, il testimone unico e attendibile della sua credibilità.

Modi leciti per nascondere una verità
Bugie “apparenti” nella Sacra Scrittura: parabole, metafore, espressioni o azioni profetiche…

Un caso di bugia “apparente”, invece, è quello in cui si proferisce una verità con linguaggio profetico, intendendo cioè qualche cosa che può essere facilmente fraintesa a motivo della sua non immediata o non scontata interpretazione. Si potrebbero portare a esempio diversi episodi in cui illustri personaggi biblici sembrerebbero peccare in questo senso; si pensi anzitutto all’arcangelo Raffaele, che a Tobia si presentò sotto le vesti di un comune figlio d’Israele; oppure a Giacobbe, che con la complicità di sua madre Rebecca si spacciò per il fratello Esaù.

Nel tentativo di spiegare il “mistero sublime” contenuto nel libro di Tobia, l’autore spirituale Giosafatte Massari annota quanto segue:

«È cosa solita nella S. Scrittura, che l’Angelo Ministro e Legato di Dio prenda il nome di Dio, quando espone la volontà e i comandi di Dio. L’Arcangelo Raffaele aveva quivi assunta la forma di Azaria Figliuolo del grande Anania, e tale egli compariva; e si disse di essere quale ei compariva; perché tale persona dovea rappresentare, e dovea nasconder se stesso, fino che avesse eseguito tutti gli ordini di Dio in favore de’ due Tobia. Con ragione si dicea de’ Figliuoli d’Israele, della Tribù di Neftali e della cattività di Babilonia, e di avere conversato con Raguele; perché di fatti egli secondo l’ordine di Dio aveva la cura de’ Figliuoli d’Israele, in particolare della Tribù di Neftali, i quali da lui sono detti suoi Fratelli, perché tutti ugualmente Figliuoli di Dio»36Giosafatte Massari, La religione rivelata, Stamperia Salvioni, MDCCLXXIII, Roma, p. 204..

Sant’Agostino, ancora, invita a porre l’attenzione sull’operato sì ambiguo, ma privo di colpa di Giacobbe:

«Egli effettivamente coprì le mani con pelli di capretto. E se badiamo alla causa prossima [del suo comportamento] dobbiamo dire che egli mentì; ma se il suo operato lo riferiamo al significato reale per cui fu compiuta quell’azione, ecco che nelle pelli di capretto troviamo un simbolo che rappresenta i peccati e nella persona che se ne coprì un simbolo di colui che prese su di sé non i peccati suoi ma i nostri. Se dunque quanto significano le parole è vero, non si può in alcun modo parlare di menzogna. E quanto si dice dell’operato va detto anche delle parole. Il padre gli chiese: Chi sei tu, figlio?, ed egli rispose: Io sono Esaù, il tuo primogenito. Se queste parole le applichiamo a quei due gemelli, sono, almeno all’apparenza delle menzogne; ma occorre intendere con esse quanto con tali gesti e affermazioni si voleva significare allorché il racconto fu posto in iscritto. E quindi vi intendiamo, presentato nel suo corpo che è la Chiesa, colui che parlando di tali cose diceva: Quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, mentre voi sarete cacciati fuori. E verranno da Oriente e Occidente, da Settentrione e da Mezzogiorno e sederanno nel regno di Dio. Ed ecco, i primi saranno ultimi e gli ultimi saranno i primi. In questo modo Giacobbe privò il fratello maggiore del diritto di primogenitura e se ne appropriò lui stesso. Essendo dunque [queste espressioni] così vere in sé e così esatte nel loro significato, come pensare che in esse ci sia stata o sia stata narrata una menzogna? Se infatti le cose significate non sono prive di verità, sia che riguardino il passato o il presente o il futuro, il loro significato è senza dubbio vero, e non c’è [in esso] alcuna falsità. Sarebbe tuttavia assai lungo sviscerare tutte le cose in dettaglio in questo campo delle espressioni profetiche nelle quali la verità ottiene la palma, perché, come furono proferite per significare qualcosa in anticipo, così divennero chiare col succedersi degli avvenimenti»37Sant’Agostino di Ippona, Contro la Menzogna, Le Vie della Cristianità, 2017, n. 10. 24..

Proviamo ora ad attualizzare queste due fattispecie: non mente il sacerdote che risponde «non lo so» a chiunque gli chieda indebitamente conto di una confessione. Quanto sa, infatti, lo sa in quanto Dio, non in quanto uomo, dal momento che – nell’amministrare il sacramento – egli ha agito non per proprio conto, ma per conto (“in persona di”) Cristo.

Inoltre, non sono da considerarsi menzogne nemmeno le parabole, le metafore e in generale ogni altro detto o gesto figurativo, «espressioni o azioni profetiche, da riferirsi ad una [più profonda] comprensione della verità»38Sant’Agostino di Ippona, Contro la Menzogna, Le Vie della Cristianità, 2017, 10. 24..

«Nessun argomento valido a favore della menzogna si può quindi ricavare dai libri sacri. Non dall’Antico Testamento, perché non è menzogna ciò che si deve prendere come figura, tanto se si tratta di fatti quanto di detti, ovvero anche perché non si propone alla imitazione dei buoni ciò che nei cattivi, incamminati verso il meglio, si loda rapportandolo con cose peggiori. Non si ricava nemmeno dai libri del Nuovo Testamento, nei quali ci si invita ad imitare il ravvedimento di Pietro più che non la [colpa della] simulazione, come, dello stesso Pietro, dobbiamo imitare le lacrime e non la negazione»39Sant’Agostino di Ippona, Contro la Menzogna, Le Vie della Cristianità, 2017, n. 5. 9..

Per completezza portiamo un altro esempio: potremmo legittimamente rispondere «sto bene» alla domanda «come stai?» anche se stessimo male fisicamente, moralmente o addirittura spiritualmente, e questo perché un cristiano sta “bene” qualunque cosa gli accada; sta “bene” perché è consapevole che il suo “male” è ordinato (permesso) da Dio, che ha il pieno controllo della sua situazione. Dunque, se non sta bene a livello umano, sta bene almeno a livello soprannaturale, perché fare la Volontà del Padre è l’unica cosa che conta per stare veramente bene (ricordiamo inoltre che una cosa è stare stabilmente bene; altra è godere momentaneamente di un certo benessere).

Restrizione mentale o atto eroico di abbandono?

Un altro modo lecito per nascondere una verità consiste nel ricorso alla c.d. “restrizione mentale”. La restrizione mentale non è peccaminosa solo quando è “larga”, quando cioè la verità non viene omessa, ma soltanto “occultata” nel processo di comunicazione (ad esempio sottintendendo qualcosa). Pensiamo al caso in cui qualcuno ci facesse una domanda diretta su un nostro amico e noi non volessimo rivelare un segreto di cui lui ci ha resi partecipi: in casi come questo, possiamo legittimamente rispondere «non lo so», «non so niente», sottintendendo mentalmente «… per te». Insomma: «Non so niente che possa rivelare a te». Nel Dizionario di teologia morale a firma del card. Roberti e di mons. Palazzini si legge appunto che la restrizione mentale non è la “causa” dell’inganno altrui (non siamo noi a voler ingannare direttamente), bensì l’“occasione” dell’inganno altrui (l’interlocutore potrebbe benissimo recepire il senso più ampio della frase, ma è molto più probabile che la intenda letteralmente… dunque è un’occasione possibile di errore, più che la causa certa di un inganno).

Tuttavia, crediamo che un’anima tendente alla perfezione dovrebbe evitare il più possibile il ricorso alle restrizioni mentali, anche perché quasi sempre è possibile tener celata una verità in altro modo. Ad esempio, all’amico invadente che ci invita a rivelare un segreto altrui, potremmo sempre rispondere: «Chiedilo a lui [al diretto interessato]». O, più genericamente: «Bisognerebbe chiederlo a lui [senza dire “non so”]…».

Non a caso abbiamo scelto di riportare come esempio quello del segreto da non rivelare: in situazioni come queste, infatti, il ricorso alla restrizione mentale è già più comprensibile, perché solitamente lo si fa per non tradire la fiducia altrui (ergo, per non macchiarci di un altro peccato40Cfr. CCC, 2491: «Le informazioni private dannose per altri, anche se non sono state confidate sotto il sigillo del segreto, non devono essere divulgate senza un motivo grave e proporzionato».!). D’altra parte, alcuni ritengono che per far fronte a minacce “materiali” come la minaccia di un furto o della morte nostra o altrui sia cosa saggia ricorrere a questo tipo di stratagemmi. Osserviamo però che san Giovanni Canzio (1390-1473) si comportò diversamente, quando i briganti che lo stavano depredando gli chiesero se avesse altro… e lui aveva altro!

In quel caso, il santo avrebbe potuto rispondere «non ho niente», sottintendendo «… da darvi». Eppure agì diversamente (più perfettamente!), rincorrendo i briganti che già se ne erano andati. Alla loro domanda, inizialmente, aveva risposto di no, salvo poi ricordarsi di avere ancora alcune monete cucite nel vestito. Così li raggiunse, offrì loro quella “mancia” e i briganti, sconvolti, cambiarono natura: non solo rifiutarono, ma gli restituirono tutto quello che gli avevano tolto41Per altre “storie di santi e bugie”, consigliamo la lettura di questa meditazione di p. Stefano Maria Manelli..

Vedete dunque che implicazioni straordinarie può avere un atto eroico! Dinanzi a un modo di agire simile, non è escluso nemmeno che si verifichi qualche miracolo (in questo caso, la conversione dei poveri briganti). E se pure Dio non intervenisse in maniera straordinaria, andremmo volentieri incontro al martirio, consapevoli di aver agito non soltanto come Dio permette, ma… come Dio comanda42Esiste infatti il buono (il lecito) e l’ottimo: dobbiamo sempre chiederci “cos’è più perfetto?”, non solo “cosa non è peccato?”.. Agire così equivale a dirGli: occupatene Tu, Tu che mi vuoi bene e sai cosa è meglio per me (morte o vita? beni o privazione di beni?). Insomma, non mi salverò da solo; sarai Tu a salvarmi.

Consideriamo anche un altro aspetto: compiere un atto del genere, scegliere di “lasciar fare” a Dio, vuol dire dare prova di una grande fede e anche di una grande speranza (la speranza dei beni eterni, tanto più numerosi e grandi quanto più avremo accettato di “passare i guai” in nome della verità!).

Un’altra circostanza in cui la restrizione mentale può essere impiegata lecitamente è quella in cui si volesse fare ironia: pensiamo ai comici che spesso giocano proprio sui “non detti”, sulle cose “omesse” (lasciate in sospeso) non per ingannare, ma per creare una certa suspense (risolviamo così anche il dilemma sull’affermazione ambigua di sant’Agostino: la condizione necessaria affinché lo scherzo sia lecito è che non implichi un’alterazione o un’omissione completa e definitiva della verità).

Ancora, l’impiego della restrizione mentale è frequente (ma quasi mai consigliabile) nel giornalismo web, per via della necessità di creare titoli brevi che siano allo stesso tempo d’impatto e invoglino il lettore a “saperne di più” (e quindi a cliccare per leggere tutto). In questo caso, la restrizione mentale corrisponde pienamente alla definizione che abbiamo dato in premessa: la verità non viene omessa, ma soltanto “occultata” nel processo di comunicazione (chiamasi “semplificazione giornalistica”!). È chiaro che un’operazione di questo genere vada evitata il più possibile, soprattutto quando nel titolo si vogliono riportare parzialmente (tendenziosamente?) le parole di un intervistato. Oltretutto, in questo modo si rischia di perdere di credibilità agli occhi dei lettori più ingenui, che ignorano queste dinamiche e potrebbero non cogliere l’uso della restrizione/semplificazione.

Simulazione, dissimulazione e finzione

Quanto poi alle categorie di simulazione e dissimulazione, questi comportamenti possono essere leciti a certe condizioni. Ad esempio: è ovviamente lecita la simulazione fatta da un attore che in scena si cala nei panni di un personaggio, com’è lecita la simulazione di un giornalista43Perdonerete i riferimenti frequenti alla mia professione: è che nel giornalismo la verità è fondamentale! che scrive un articolo postdatato (scritto oggi come se fosse domani, laddove “domani” è la data in cui le informazioni contenute – in gergo, “sotto embargo” – possono essere divulgate).

È indispensabile distinguere la simulazione dalla finzione: le due fattispecie si differenziano in base al loro scopo intrinseco, che in un caso non implica la volontà di ingannare il prossimo, mentre nell’altro la implica sempre (per intenderci, non è lecito far finta di dormire per non essere scomodati, tanto più che noi cristiani dovremmo disprezzare le comodità!).

… abbiamo rifiutato le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunciando apertamente la verità e presentandoci davanti a ogni coscienza umana, al cospetto di Dio.

2Cor 4,2
Conclusioni: la bugia è il peccato per antonomasia

In questa sede abbiamo voluto soffermarci sull’analisi della bugia come peccato veniale e sulle sue gravi implicazioni almeno a livello potenziale; in conclusione, possiamo dire che ogni inganno è peccato, ogni peccato è inganno44In base alla Bibbia, “peccato” e “inganno” sono sinonimi., e non esistono né mai esisteranno “buone ragioni” per fare ricorso a una bugia o anche solo per giustificarla. «Se poi qualcuno pensasse che esista una qualche specie di menzogna che non sia peccato, mentre si ritiene un onesto truffatore del prossimo, cadrebbe lui stesso in un bruttissimo inganno»45Sant’Agostino, La Menzogna, Le Vie della Cristianità, 2017, 21. 42..

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