Caro Teofilo…

Le radici (linguistiche) della terra e dell’uomo2 minuti di lettura

Né chi pianta, né chi irrìga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio.

1 Cor 3,7.9

Il campo di Dio, ma anche le stesse “pianticelle”1Direbbe santa Chiara d’Assisi. coltivate “direttamente” dal Padrone della messe e “indirettamente” dai suoi operai (cfr. Lc 10,2). L’uomo, essere vivente plasmato con polvere del suolo (cfr. Gen 2,7), trae le sue radici in senso proprio e figurato dalla “terra”, in latino hŭmus e in ebraico אדמה, adāmā, da cui – per assonanza – “Adamo”.

La radice (questa volta linguistica) del nome “uomo” è comune a quella dell’aggettivo “umile”, da humĭlis (der. di hŭmus), “poco elevato da terra”. Un’etimologia suggestiva, per due parole dal significato attiguo: “uomo” sta a “umiltà” come “pianta terricola” sta a “terreno”. L’umiltà è, dunque, virtù connaturale all’uomo in quanto tale; l’albero non cresce, se il seme non attecchisce su un terreno opportunamente “irrigato” nei suoi solchi e “spianato” nelle sue zolle (cfr. Sal 64 [65],11). La crescita, a sua volta, è metafora di quella tensione verso l’alto (ascesi) che si realizza sfidando la gravità mondana, elevando e “allargando” i rami – le braccia – verso il Cielo, pur rimanendo con le radici – i piedi – ben piantati per terra. Queste, infatti, non si muovono mai dall’hŭmus fertile dell’umiltà, a pena di sradicarlo e farlo morire. Al contrario, più sprofondano, più il fusto rinvigorisce, le foglie verdeggiano e i frutti sono buoni.

Il “frutto dei frutti” marciti

Arriviamo così alle primizie dello Spirito (cfr. Rm 8,23), e poi, pian piano, alla loro maturazione e susseguente caducità (cfr. Rm 8,20). I frutti cadono quando sono maturi, marcendo, riducendosi a niente, per rifecondare la terra. Da questo nutrimento, germoglia e mette radici una nuova pianta, tanto più salda quanto più il frutto – e, con esso, il seme – è andato rotolando via, sempre più in là, dall’albero primigenio. In questo modo, entrambi avranno più spazio per diramare le rispettive radici e fortificarsi, dando vita a loro volta a decine, centinaia, migliaia di altre piante: un’intera foresta estesa «sino ai confini della terra» (cfr. Sal 71 [72],8).

Qualche metro fa mi sentii dire: «Hai tante virtù. Ma non sempre dobbiamo ostentare l’albero. Molti mangiano frutti che provengono da alberi lontanissimi. Eppure sono frutti buoni». Non colsi immediatamente il frutto di quell’insegnamento spirituale. Inaspettatamente, però, mi fu ispirata questa risposta: «Ecco dimostrata tutta la mia immaturità». Oggi, un po’ più cresciuta, sono giunta alla seguente conclusione: devo pregare che i frutti cadano lontano dall’albero.

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