Caro Teofilo…

Il senso (palese) della vita (nascosta)32 minuti di lettura

Clausura e vita eremitica sono sempre stati (e sono tuttora) argomenti tabù, anche e perfino tra i professi cristiani. Quando un pio giovanotto o una devota signorina palesano la “scelta” di chiudersi in convento (già, “convento”, a riconferma che la realtà del monastero o fa paura o si ignora del tutto), l’obiezione più comune che si sentono fare è la seguente: «Che spreco! Con tutta la gente che ha bisogno di aiuto concreto!». E giù con gli stereotipi: «Ma come, una bella ragazza come te! Di’ la verità, il fidanzato ti ha lasciata?». Se è bella. Se invece è brutta? «Ah, si vede che avrà avuto difficoltà… in fondo chi se la fila, una così?!». Una scelta di ripiego, insomma, che dev’essere per forza giustificata da delusioni d’amore e traumi adolescenziali non del tutto risolti.

Due volte si è usato il termine “scelta” coerentemente al contesto: il più delle volte, chi critica e recrimina, ignora o non accetta che si tratti di vera e autentica “vocazione” (e non di iniziativa arbitraria o induzione delle circostanze).

Il senso di tutte le vite

Qual è, dunque, il senso della vita contemplativa? Mi perdonerete, se vi rispondo con un’altra domanda: qual è il senso della vita? Lo abbiamo capito? Forse non del tutto, se continuiamo a storcere il naso dinanzi a una grata. Ma come si può pensare di essere cristiani, se ancora non si sa perché si è al mondo?

Il senso della vita – rullo di tamburi – è dar gloria a Dio e salvare le anime. Così il senso di ogni missione (clausura inclusa!): servire Dio in questa vita per goderne eternamente nell’altra. «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te», dice bene sant’Agostino nelle celeberrime Confessioni. Non è un caso che Marta – l’“attiva” del Vangelo di Luca – fosse «pre-occupata e agitata» per le cose del mondo, mentre invece Maria – la contemplativa – si occupava e agiva alla luce di quelle di Dio. È un vocabolario diverso, no? Da una parte, Marta è oggetto passivo del suo affaccendarsi inquieto e fine a se stesso (proprio perché a questo non ha anteposto l’ascolto meditato della Parola); dall’altra, Maria è soggetto attivo e “libero” nel senso più alto del termine. «La verità vi farà liberi», sostiene al riguardo Gesù in Gv 8,32. E specifica: «Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre». Se c’è una “casa” a cui badare, questa è quella del Padre, nel doppio significato di Chiesa-comunità e singola anima.  È Dio, infatti, che dimora in mezzo a noi1Cfr. Gv 1,14. e dentro di noi2Cfr. Gv 14,23; 1 Cor 3,16., se solo gli apriamo la porta3Cfr. Ap 3,20..

Si evidenzia un duplice paradosso: in primo luogo, Maria è protagonista attiva e Marta comparsa passiva (non viceversa). Secondariamente, la passività di Marta è più affaticante e opprimente dell’attività di Maria. Ammettiamo pure che Maria non facesse niente; ma è proprio questo il punto! L’unico merito dei santi sta nel non ostacolare l’azione dello Spirito opponendo a essa l’umana volontà.

«Le claustrali non fanno niente»

Tutte le storie di santità sono caratterizzate da questa “resa”4«Il fatto di arrendersi», ma anche «la prestazione o il servizio che una cosa [una persona] dà o fornisce» (fonte: Treccani). eroica da parte della creatura beneficata. Basti pensare a santa Faustina Kowalska (1905-1938), una delle più grandi religiose della storia conosciuta come la mistica Segretaria della Divina Misericordia. Che cosa fece, di concreto, di grande5“Grande” agli occhi degli uomini, s’intende., suor Faustina? Niente, se non la cuoca, la giardiniera e la portinaia del suo convento di Varsavia. Ma non era certo questo, il suo “vero” monastero. La monaca6Qui, la definizione di monaca è applicabile in senso lato: suor Faustina, infatti, non era propriamente una religiosa di vita contemplativa. «batteva il simandro, chiamava alla veglia e spargeva l’incenso»7Cfr. san Luca di Crimea (1877-1961). nel suo interno, nella sua stessa anima. La rinuncia al mondo non era il fine, ma il mezzo per favorire un’unione più intima con Dio. Senza contare il rapporto paradigmatico tra questa “rinuncia” (anche in senso penitenziale) e la testimonianza senza parole che «solo Dio basta»8Cfr. santa Teresa d’Avila (1515-1582)..

Com’è beata la vita solitaria, così adatta a condurre senza ostacoli l’anima all’unione con Dio! Una foresta silenziosa è come il giardino dell’Eden, in cui l’albero della vita cresce dolcemente nel cuore dell’eremita raccolto in preghiera.

L’eremita ammaestra con il suo stesso silenzio, cura con la sua stessa vita, edifica e persuade a cercare Dio…

Racconti di un pellegrino russo, Città Nuova, 2016, Roma

Filosofia di vita

Si è parlato di rinuncia al mondo: l’invito diretto a metterla in atto è presente in primis nel Vecchio Testamento, con Abramo, Elia ed Eliseo, e poi nel Nuovo, attraverso l’esempio di Giovanni Battista e le parole rivolte al giovane ricco (Mt 19,16-22). «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono», replica Gesù nel celebre episodio. Quell’Uno è Dio, che – messo in stretto contatto con l’uno (perché solo)-uomo – comunica e trasfonde in lui con più facilità tutti i suoi misteri. Il monaco è infatti “l’uno all’Uno”, «monos pros Monon» (Plotino), e la sua santità non si realizza se non nell’esilio, che è a sua volta “buono”, anzi, “migliore”, in quanto via privilegiata verso il Cielo. Si rimanda, tra le altre, alle storie di vocazione di sant’Arsenio il Grande (345 ca.-450) e san Benedetto da Norcia (480-457), che morirono al mondo prima che questo li facesse, al contrario, morire al Cielo.

Prendendo ancora una volta in prestito il pensiero classico, diciamo lapidari che c’è “vita” e “Vita”; in greco – lingua forse più ricca della nostra, almeno sotto l’aspetto lessicale –, si parla di ζωή (zoé), βίος (bíos) e ψυχή (psyché), rispettivamente il principio (l’essenza), il compimento e la fine9«Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna». Nel testo originale, la parola usata da Gesù è proprio “ψυχή”, a dimostrazione che la vita dello spirito è l’unica vita contemplata e degna di nota, nell’orizzonte evangelico. – meglio ancora, “il” fine – della vita stessa. In particolare, per Aristotele, è l’anima la “causa” del corpo vivente, ed è per questo che necessita di cura e attenzione speciale, molto più di ciò che è carne. La superiorità della forma sulla materia porta alla contrapposizione del βίος ϑεωρητικός (bíos theoritikós) al βίος πρακτικός (bíos praktikós) e, per estensione, alla superiorità della vita contemplativa sulla vita attiva. Non riesco a liberarmi dall’idea che i monaci siano anche un po’ filosofi, influenzata in parte da quella definizione così bella e peculiare che ne dà san Gregorio Nazianzeno: “filosofi”, amanti della Sapienza, certo, ma anche “filologi”, amanti del Verbo, li chiama lui. E a chi appartengono gli attributi di “Sapienza” (muta) e “Verbo” (eloquente), secondo voi? Ma a Gesù Cristo, ovviamente. E in un amore come questo non c’è niente di istituzionale. L’habitus è relativo; ancora una volta, è il mezzo, non il fine.

In fondo è un po’ un monaco anche lui, in quel tabernacolo che è la sua cella. E così ci accomuna alla sua sorte.

Torniamo a noi. Dicevamo che non importa “cosa” materialmente si fa, ma “come” formalmente lo si fa. Certo, suor Faustina era stata chiamata ad adempiere mansioni relativamente umili, in barba al fatto che era evidentemente un’anima privilegiata (in quanto mistica e non solo). Ma come avrà acquisito questi privilegi, se non mortificando se stessa? Se non svuotandosi, cioè, della sua umanità e delle bassezze a essa correlate, per riempirsi totalmente di Dio e divenire ella stessa, una piccola dèa10Consideriamo infatti che Gesù, il grande Dio, fu precursore e maestro insigne di quella santità che passa attraverso la mortificazione e culmina nella morte.?

Quello di Maria santissima è un esempio ancora più eclatante. Lei, la Regina del Cielo e della terra, degli angeli e dei santi, si ridusse a “serva”, anzi, a “schiava”11«Eccomi, sono la serva del Signore» sono le parole di Maria in risposta all’annuncio dell’arcangelo Gabriele. La traduzione più corretta del termine greco dúle, però, è “schiava”, non “serva”. del Signore rinunciando letteralmente a tutto. La Creatura più bella e virtuosa che sia mai stata plasmata si presentava come una donna semplice, normale, dalla vita ordinarissima. Ancora una volta, non conta cosa si fa, ma come lo si fa, con quali disposizioni interiori.

Commentando ancora l’esperienza di suor Faustina, possiamo osservare che c’è più merito nel fare la portinaia secondo la volontà della superiora (=Volontà di Dio) che non – per assurdo – nello stare nel coro a recitare il rosario secondo la volontà propria. Secondo, cioè, quello che per me12Primo campanello d’allarme: cos’è, infatti, l’io, in confronto a Dio? è giusto e andrebbe fatto. C’è più merito in una mortificazione involontaria che non in una volontaria, tanto più che si tratta di colpire la radice di tutti i vizi, l’umana volontà.

Samuele esclamò:

«Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifici

quanto l’obbedienza alla voce del Signore?

Ecco, obbedire è meglio del sacrificio,

essere docili è meglio del grasso degli arieti.

Sì, peccato di divinazione è la ribellione,

e colpa e terafìm l’ostinazione.

Poiché hai rigettato la parola del Signore,

egli ti ha rigettato come re».

1 Sam 15,22-23

L’obbedienza vale più dei sacrifici, perché il più grande dei sacrifici è quello di noi stessi.

Beata Concepciòn Cabrera de Armida (1862-1937)

Siamo abituati a pensare che le nostre scelte personali, la nostra libertà siano ciò che ci (auto)determina; che senza noi stessi siamo nulla, che non possiamo fare nulla. Ebbene: nell’ottica del mondo, è effettivamente così.

C’è però un “piccolo” problema. Da solo, l’uomo è capace di bene e di male. Può liberamente scegliere verso cosa orientare le proprie azioni, se al bene o al male, per l’appunto. Dio, invece, è capace di solo bene, ma di un bene sublimato e inenarrabile, di perfezione oggettiva e assoluta. A voi la scelta: procedere da soli, a rischio di sbagliare e di far male, o alzare le mani e arrendervi a un bene sicuro e infinitamente maggiore?

Arrendersi al volere altrui (a quello di Dio come a quello di un superiore, sia esso giusto o sbagliato soggettivamente) vuol dire anche dar prova di una grande ed eroica umiltà. Capite bene, allora, quanto i religiosi siano agevolati nel cammino di santità, avendo continuamente occasione di esercitare quest’aurea virtù.

La necessità dell’ascesi

Vale la pena ripeterlo ancora una volta: si diventa santi solo ed esclusivamente mortificando la propria volontà.

La Scala del Paradiso, XII sec., Monastero Santa Caterina, Sinai

A dispetto delle parole usate (lo ammetto: “mortificazione” può incutere un po’ di timore), questa non è in nessun modo una pratica masochistica, degradante e “umiliante” in senso malvagio. Si parla sì di umiltà, ma è la stessa umiltà di Gesù, perfezione incarnata, e di Maria, suo riflesso perfetto, che non negavano certo le loro virtù né si davano al dolorismo (il culto della sofferenza, piaga dilagante in certi ambienti c[o]attocristiani). Dobbiamo sempre tenere presente che il dolore è un disordine subentrato ex post; che nel progetto originario, prima del peccato originale, non era necessaria alcuna forma di mortificazione o ascesi, per giungere alla perfetta unione con Dio. Non siate ingenui, quando satana vuol indurvi in tentazione facendovi credere che Dio goda nel «farci star male», nell’umiliarci o nel tenerci reclusi, vestiti di sacco, a capo velato e con la cenere in testa (tutte pratiche penitenziali che hanno comunque una loro ragion d’essere).

Prima obiezione: tutti i mali vengono dal peccato (originale e attuale) con cui – volenti o nolenti – rendiamo ipso facto culto al demonio e accresciamo il suo dominio su di noi e su chi ci sta intorno. D’altra parte, dal momento che le cose – con Adamo ed Eva – sono andate in un certo modo, adesso non possiamo fare altro che convivere con questo male, cercare di non aumentarlo, e, sull’esempio di Gesù, farlo servire al bene come strumento di santificazione (per noi) e di redenzione (per gli altri)13…assodato il fatto che siamo “distributori” e non “produttori” (come invece fu Gesù) di queste grazie.. Seconda obiezione: l’umiltà di cui si parla è quella virtù che fa da corollario alle altre, non che le nega o le reprime. È la coscienza di sé come “nulla”, ma non in senso dispregiativo, perché il nulla in questione è il nulla, la piccolezza propria di una “creatura” (il che è un dato di fatto).

Il rosario tra le mani è segno della “santa schiavitù d’amore” (direbbe san Luigi Maria Grignion de Montfort) a cui santa Teresina volle ridursi liberamente. È la sintesi di due immagini con significati diversi, ma entrambe fortemente evocative. La prima è la catena; la seconda, le rose. Una catena di rose, in definitiva, a rappresentare il vincolo, il giogo lieve e amoroso che tiene stretta l’anima a Dio. E quel legame, se vogliamo, può essere rappresentato da Maria stessa, “anello di congiunzione” tra l’uomo e Dio, in quanto creatura sublimata e in qualche modo “divinizzata”. Da questa fotografia ricaviamo altresì un terzo simbolo: il velo. Le suore lo indossano sempre perché sono spose perenni. Il loro “giorno più bello” non è solo uno; è tutti i giorni.

Silenzio eloquente

Lo abbiamo detto e ripetuto nelle righe precedenti: quel che si rimprovera ai monaci, oltre a una certa specie di masochismo, è la loro apparente inazione. Tralasciando l’excursus scontato (vero?) sull’importanza della preghiera, propongo di seguito un altro punto di vista.

La santità consiste nel vivere lo straordinario (l’esercizio delle virtù in grado eroico) nell’ordinario (il “mondo”; per i secolari, in senso stretto, per i religiosi, in senso lato). La Sacra Famiglia, in qualità di monastero delle origini, fu modello di silenzio e operosità, con quelle azioni grandiose (in primis, il «Fiat» di Maria) compiute dai suoi membri senza clamore, senza risonanza immediata.

Questo dipinto del pittore spagnolo Murillo fa da copertina del longform. La sua simbologia e i suoi dettagli sono molto significativi: il pittore raffigura la trinità terrena così come era realmente, senza fasti e aureole di sorta. Gli occhi dei due sposi, monaci ante litteram, sono idealmente rivolti a Gesù, fonte da cui attingono – contemplandolo, volgendo abitualmente gli occhi a lui – la loro santità. Ben visibili banco e attrezzi da falegname di Giuseppe e arcolaio e cestino da lavoro di Maria, in mezzo ai quali Gesù, non più solo “fonte”, ma anche “compimento” delle loro vite quotidiane, non sfigura affatto. Egli stesso, invero, volle santificarsi nell’ordinarietà e nella piccolezza, e il solo fatto che abitò un corpo (im)mortale lo dimostra ampiamente.
«L’albero radicato nella terra cresce verso l’alto, il Cielo, cercando la Luce. Gesù è “vite” e vera vita alla quale gli apostoli sono innestati per portare “molto frutto” all’umanità intera attraverso la Chiesa. Il credente che si radica in Dio e nella sua Parola cresce e darà frutto a suo tempo. In quest’icona di origine greca, vediamo l’albero con Gesù; centrali sopra di lui la colomba e Dio Padre, mentre ai lati troviamo gli apostoli. Il libro in mano a Cristo può essere aperto, a significare che egli sta spiegando il Verbo, oppure chiuso, e in questo caso simboleggia il mistero della fede».

In un primo momento, persino la missione di Gesù sembrò fallita (almeno nella logica del mondo). Ma «in verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna»14Cfr. Gv 12,24-25..

Chi avrebbe mai detto, dinanzi a Gesù, Maria e Giuseppe, di trovarsi al cospetto della cosiddetta “trinità terrena”? Chi avrebbe mai osato affermare – se non sostenuto da una forte fede – che il figlio del falegname fosse in realtà il Figlio di Dio? Ecco un’altra possibile chiave di lettura: la fede.

Che senso ha una vita di nascondimento, una vita in silenzio? A chi si potrà mai fare del bene, così? La verità è che solo un ingenuo o un uomo di poca fede (nei confronti dei botanici, ovvio), potrebbe chiedersi che senso hanno le radici nascoste di quel grande albero chiamato “Chiesa”.

Pro-vocazioni

In premessa si è parlato di “scelta”; un’evidente semplificazione, che – in quanto tale – può facilmente essere causa di malintesi e male interpretazioni. Perché è Dio che “sceglie”, non già il chiamato: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato», si legge nel libro del profeta Geremia. La creatura, da parte sua, è libera di aderire o meno al progetto di Dio, consapevole – si spera – che l’unico sentiero che la condurrà alla piena felicità e alla piena soddisfazione è quello già tracciato dal suo Creatore.

Oltre a non essere priva di ostacoli, questa strada non è nemmeno univoca. Presenta piuttosto innumerevoli sbocchi paralleli15Tutti partiamo da Dio, e tutti dovremmo farvi ritorno per le “nostre” vie (cfr. Sal 37,5; Sal 125,5)., tanti quanti sono i diversi carismi (missioni, vocazioni) attuali e potenziali nella Chiesa cattolica. Ciascuno di noi ha il proprio, con cui collabora al completamento di quella costruzione – la Chiesa, appunto – fondata da Gesù Cristo, “testata d’angolo”, con san Pietro, “chiave di volta”. Sono questi i punti fermi e irrevocabili su cui si basa “materialmente” il nostro Edificio, che – ferme restando le fondamenta – risulta essere tanto più stabile ed equilibrato quanto più il resto dei mattoni16«Pietre vive» (cfr. 1 Pt 2,5). sta al suo posto, aderente, col collante dell’obbedienza, al progetto del divino Architetto.

Un’altra metafora: la Chiesa-corpo di Cristo

Si può dire, facendo eco a san Paolo, che «tutti non possono essere al tempo stesso apostoli, profeti e dottori e che la Chiesa si compone di varie membra». Tale passo della Prima lettera ai Corinzi è stato ampiamente e approfonditamente commentato da santa Teresa di Lisieux (1873-1897), illustre membro della famiglia carmelitana – quindi suora di clausura – nonché patrona delle missioni. Proprio così: patrona delle missioni. Lei, che trascorse gran parte della sua breve esistenza tra le tre mura (oltre la grata) del Carmelo di Lisieux, nella Francia settentrionale. Questo è quanto scrive nella sua autobiografia:

Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ritrovavo in nessuna delle membra che san Paolo aveva descritto, o meglio, volevo vedermi in tutte. […] Compresi che la Chiesa ha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile. Compresi che la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall’amore. Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Compresi e conobbi che l’amore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l’amore è tutto, che si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, che l’amore è eterno. […] Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà.

«Noi che ci siamo dedicati a Dio, non abbiamo perso nulla» (Solco, san Josemaría Escrivá).

Già santa Chiara d’Assisi (1194-1253), fondatrice dell’ordine monastico claustrale delle clarisse, parlava della sua vocazione come di un “tutto”, di una missione che comprendeva la totalità non solo della sua persona – tutta di Dio, tutta per Dio, senza riserve –, ma che coinvolgeva anche la Chiesa intera, recandole beneficio. Un corpo, così come una Chiesa, nuda, povera, sgombra del superfluo. Un’offerta di totalità che voleva dire sano e santo annichilimento. Il nostro “tutto” non è un granché, come sacrificio. Il nostro tutto è niente, agli occhi di Dio, che è il Tutto per definizione.

Fare offerta di sé

Questo concetto si potrebbe riassumere nel gesto tipico della preghiera che consiste nell’elevare le mani al Cielo. Farlo vuol dire fare offerta di sé e del proprio tutto-nulla, pronti a ricevere in cambio qualcos’altro. Mi piace pensare che, ogni volta che preghiamo così, Dio ricambi – o meglio, scambi – l’offerta di noi stessi offrendosi lui, mettendo le sue mani sulle nostre in senso emblematico (così quelle mani non sono più vuote, ma piene, ricolme di lui). Ci prende per mano, in altre parole, per accompagnarci verso il Cielo e noi, più leggeri che mai (a differenza di chi è pieno di sé), ci eleviamo facilmente, senza alcuno sforzo. Lo sforzo sta solo nel prima, nell’avere il coraggio – oltre che la volontà – di consacrarsi interamente a Dio.

Conviene precisare che l’offerta di un’anima ridonda a beneficio di tutti, non solo di chi (si) offre in prima persona. Ciò, per inciso, vale per tutti gli atti umani, siano essi buoni o cattivi. Anche i peccati più occulti (quelli di pensiero) producono effetti negativi invisibili ma reali.

L’unione fa la forza

Si tratta di un aspetto consequenziale evidente nella preghiera di intercessione.

A questo punto, ci viene in soccorso un brano biblico, che spiega quanto sia importante che l’esercito abbia i suoi avamposti – che, cioè, la Chiesa e la famiglia umana siano pronte ai combattimenti spirituali, ognuno al proprio posto e nel rispetto del proprio ruolo (leggi “stato di vita” o “vocazione”). A reclutare e ad “arruolare” è il Capo supremo, Gesù Cristo, che però può poco dinanzi a soldati indisciplinati o – peggio – disertori. È vero, la leva è sempre rigorosamente volontaria; i meno solerti possono comunque sottrarsene. Ma a quale prezzo, se la guerra è di tutti?

La vocazione, così come la guerra, non è mai una questione privata. Dal mio sì (individuale) prescinde la piena riuscita dell’impresa (collettiva). Quell’uno in più o in meno può fare la differenza, può fare la proverbiale «forza» che si calcola in base all’unità e alla compattezza dello schieramento. Il cui coordinamento è ineccepibile: sta al singolo militare, ascoltare e mettere in pratica le direttive.

Il battaglione che ci interessa, in questa sede, è l’avanscoperta, il primo e forse il più importante baluardo della Chiesa-esercito. Storicamente, i monaci hanno sempre avuto il compito di presidiare le mura della “città”, vivendo nel “deserto” al di fuori di essa. Il deserto è campo di battaglia per antonomasia: nella Sacra Scrittura, sono molteplici gli episodi in cui questo luogo viene descritto come “abitato” dai demoni (uno su tutti, l’episodio delle tentazioni di Gesù, tipologico rispetto all’esodo ebraico). Di seguito l’esempio di Es 17,8-13:

Victory O Lord!, John Everett Millais, 1871, Manchester Art Gallery, Manchester

In quei giorni, Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm.

Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle.

Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole.

Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.

Vale la pena ripeterlo: «Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk». Tradotto, è in virtù della preghiera di Mosè, che i suoi dominavano. Potrà sembrare incongruente, dal momento che lui – proprio come i nostri monaci – non partecipava direttamente (fisicamente) allo scontro. Eppure, non fosse stato per il suo sommesso e nascosto contributo, il nemico avrebbe avuto la meglio. Un contributo irrilevante, nella logica di alcuni uomini, che però in fin dei conti si rivela fondamentale. Capite, adesso?

Ma Mosè «alzava le mani» in senso più profondo. Alzava le mani per arrendersi, cioè, alla Volontà di Dio, ben consapevole che la vittoria non era nelle sue vuote, bensì in quelle piene di grazie del Padre. Tutti, di fronte a lui, al confronto con quello che può lui, rimaniamo letteralmente disarmati.

Una guerra spirituale

La nostra (prima) battaglia, spiega san Paolo, «non è contro creature fatte di sangue e di carne». Sempre l’apostolo, in Ef 6,13-20, suggerisce di equipaggiarsi in questo modo:

Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere.

Contempl-azione: l’aspetto ecclesiale

Da qui la necessità di dividersi i ruoli (la cosiddetta “ecclesialità”) e il primato della preghiera, senza la quale, fuor di metafora, le conversioni non sarebbero possibili. È errato dire «mi sono convertito ascoltando una bella predica»: quelle stesse parole, infatti, non avrebbero attecchito, se non avessero trovato terreno fertile. «Ora né chi pianta, né chi irrìga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere», si legge al riguardo in un altro passo della Prima lettera ai Corinzi. Come “fertilizzante”, Dio applica proprio l’orazione e – laddove questa non basta – oblazione (penitenza). Si è accennato al concetto di fertilità: è fuor di dubbio che quello delle claustrali sia un grembo diversamente fecondo, in grado di (ri)generare se non altro alla vita spirituale. È così che si viene alla luce dello Spirito: «Dopo Gesù, io ti sono tutto»17Cfr. La mia vita vicino a Padre Pio, Cleonice Morcaldi, Edizioni Dehoniane, 1997, Roma., amava ripetere padre Pio alla figlia prediletta Cleonice, scalzando di fatto il posto della sua madre biologica.

La preghiera è l’arma più potente di tutte. Se aiuto o libero un carcerato, non ho fatto molto: la preghiera lo salva non per questa vita, ma per la vita eterna. Non è proprio del monaco visitare i malati, ma pregare per la loro anima. Nella Chiesa ci sono quelli che curano i malati e quelli che li assistono. Il monaco è un’altra cosa. Ma chi è più prigioniero dei defunti, di quanti sono nell’Ade e non possono fare nulla per la propria conversione? Noi invece possiamo salvarli. Dobbiamo fare preghiere e metànie [=prostrazioni] per i defunti! E ciò anche per i vivi: solo la preghiera può costringere Dio a intervenire di forza in certe situazioni: Dio rispetta la libertà dell’uomo, altrimenti il diavolo gli direbbe: «Ehi, perché agisci così?». Invece, quando un cristiano prega, costringe Dio a intervenire con potenza anche contro la libertà di quel poveretto che giace nel peccato! Ma perché noi monaci andiamo a cercare altre strade che non sono efficaci e potenti come la preghiera, la vita nascosta?

Padre Paisios del Monte Athos (1924-1994)

Il solitario che vive nel silenzio non conduce affatto un’esistenza inattiva e oziosa ma, al contrario, è ancora più immerso nell’azione di chi partecipa alla vita sociale. Egli opera infaticabilmente con la parte più elevata di se stesso, con la natura razionale: vigila, medita, segue la situazione e il progresso del suo essere morale. Ecco il vero fine del silenzio! E ciò è di utilità sia per il suo perfezionamento personale, sia anche per il bene del prossimo, di tutti quelli che sono privi della possibilità di immergersi totalmente in se stessi e di sviluppare la loro vita interiore; perché chi vigila nel silenzio, comunicando le sue esperienze interiori sia a voce (in casi eccezionali) sia affidandoli a degli scritti, contribuisce attivamente al beneficio spirituale e alla salvezza dei suoi fratelli. E contribuisce in maniera maggiore e più elevata di quanto possa fare la carità privata di un uomo che vive tra la gente, e questo perché la carità concreta personale di chi vive nel mondo è sempre limitata ad un piccolo numero di persone. Invece, il benefattore morale che scopre argomenti efficaci e nuovi metodi per giungere al perfezionamento della vita spirituale, benefica con ciò interi popoli; le sue esperienze e i suoi ammaestramenti si trasmettono di generazione in generazione, e infatti ancora oggi continuiamo a giovarci di essi sin dall’antichità. La vita solitaria, pertanto, non differisce affatto dall’esercizio della carità in nome di Dio che si realizza nell’amore cristiano, ma è persino più feconda.

«Se mettiamo su un piatto della bilancia tutte le azioni di questa vita e sull’altro il silenzio, vedremo che sarà quest’ultimo a pesare di più» (Sermone 4118Cfr. sant’Isacco il Siro (613 ca.-700 ca.)).

«Non confrontare chi compie prodigi e grandi opere nel mondo con chi vive nel silenzio. Ama l’inoperosità del silenzio più che il saziare gli affamati del mondo o che il convertire molti popoli a Dio. È meglio liberare te stesso dalle briglie del peccato che liberare gli schiavi dalla schiavitù» (Sermone 56).

Uno scrittore spirituale ha affermato che anche se lo Stato raggiungesse il livello più alto di cultura e moralità, sarebbe pur sempre necessario trovare degli uomini dediti a quegli scopi contemplativi che stanno al di fuori dell’attività sociale e civile, e questo al solo scopo di rafforzare lo spirito della verità, traendolo dai secoli trascorsi e preservandolo per quelli futuri, così da poterlo tramandare ai posteri. E nella Chiesa questi uomini sono proprio gli anacoreti, gli eremiti e i reclusi.

Racconti di un pellegrino russo, Città Nuova, 2016, Roma

La Chiesa come la famiglia: per mettere radici e crescere bene è indispensabile la presenza di un padre e di una madre. Quel che conta, in questo caso, non è tanto la promiscuità, quanto piuttosto la diversità e la complementarietà dei carismi. Ecco dunque l’urgenza di accostare alla predicazione la preghiera, come si capisce guardando ai virtuosi esempi di ordini religiosi maschili di vita attiva che avanzano di pari passo con ordini religiosi femminili di vita contemplativa (francescani e clarisse, domenicani e domenicane).

Ciò detto, la preghiera non è una prerogativa delle donne, così come la predicazione non è “lavoro da uomini”. La divisione è stata operata a mero titolo esemplificativo; è un caso empirico, non sistematico.

Ma quello tra Chiesa e famiglia umana non è l’unico paragone possibile. Più sopra abbiamo citato la definizione paolina della Chiesa-corpo di Cristo, ripresa – oltre che dalla già menzionata santa Teresina – anche da papa Francesco. «Che ne sarebbe [senza la vita contemplativa] delle membra più deboli della Chiesa che trovano in voi un appoggio per continuare il cammino?», si è chiesto il Pontefice nel corso della 65esima edizione della Giornata Pro Orantibus. Risposta: «Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue» eccetera eccetera.

È l’amore di una madre che attende il ritorno di un figlio lontano, lo stesso figlio che genera e rigenera nell’amore e nel dolore. «Non conosco l’avvenire; tuttavia se Gesù realizzerà i miei presentimenti, le prometto – scriveva suor Thérèse Martin a padre Maurice Bellière – di restare anche Lassù la sua piccola sorella. La nostra unione, invece di esser spezzata, diventerà allora più intima, non ci sarà più clausura, non ci saranno più grate e la mia anima potrà volare con lei nelle missioni lontane. I nostri ruoli resteranno gli stessi: a lei le armi apostoliche, a me la preghiera e l’amore…».

Sono più o meno le stesse parole che santa Chiara deve aver rivolto a san Francesco, prima di congedarsi da lui per rispettive mansioni-missioni. Un reciproco altrove spirituale, sebbene “materialmente” fossero lontani. Le loro strade diverse e a tratti impervie portavano entrambe a Gesù. Ed ecco la comunione dei santi, l’amore di Dio che si trasfonde in quello del prossimo. Perché «amore non è guardarci l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione»19Cfr. Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944).. La Direzione, la meta, è infatti la medesima, a prescindere dalla strada che si percorre. E poco importa che essa si componga di parecchi chilometri, «fino agli estremi confini della terra»20Cfr. At 1,8., o di neanche un passo, restando fermi, come Maria, nella santa dimora del Cenacolo, con le mani rivolte a Dio e le braccia aperte a riaccogliere chi da lei – lui – partiva e a lei – lui – ritornava21Il riferimento implicito è agli apostoli dopo la Pentecoste: «Dal Cenacolo partono e al Cenacolo ritornano, per ripartire nuovamente e nuovamente ritornare. Per una Chiesa in uscita è importante considerare il luogo da cui si esce! Senza il Cenacolo non c’è missione. E ogni missione esige che si ritorni nel Cenacolo» (omelia nella messa in cœna Domini, parrocchia Sacro Cuore, Ugento, 18 aprile 2019). Se gli apostoli sono l’emblema degli annunciatori di Cristo nel mondo, Maria è il modello di quelle madri peculiari cui si accennava più sopra. La predicazione degli Undici, come quella di Gesù, fu preceduta da un lungo periodo di stallo apparente (dedicato principalmente alla formazione e alla preghiera). Il ritorno al Cenacolo è invece l’allegoria della necessità di ricaricare le pile, di avere cioè anch’essi un’attiva vita contemplativa..

Alla fine del longform, la playlist da ascoltare durante la lettura.
Filia Sion è l’album musicale che l’ensemble estone Vox Clamantis diretto da Jaan-Eik Tulve ha voluto dedicare alla Madre di Dio. «Un prezioso scrigno sonoro», scrive Andrea Milanesi su Avvenire, «che racchiude i gioielli di un patrimonio musicale radicato da un lato nell’antico apparato liturgico gregoriano, ma dall’altro aperto anche verso le “nuove musiche” e i primi esperimenti polifonici riconducibili alla Scuola di Notre-Dame, fino a includere un canto proveniente dalla comunità ebraica di Cochin, in India, che rivela inaspettate similitudini con le tessiture armoniche tanto care ai compositori baltici contemporanei». Prosegue il critico: «Tulve e compagni si muovono con massimo rispetto tra le pieghe di un repertorio che si insinua laddove neppure i testi sacri si permettono di arrivare; i sentimenti più intimi della Madonna sono infatti sempre celati con pudore (come ricorda l’evangelista Luca, “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore…”), ma all’arte sacra spetta il compito di tradurre in musica quel complesso intreccio di emozioni che gravitavano intorno alla figura della Vergine». Allo stesso modo, tutto quello che si è omesso in questo post finito, lo completerà il canto infinito che, nella mia immaginazione, risuona perennemente tra le mura di un monastero rurale, di pietra, in penombra, silenzioso perché non si odono parole umane, ma solo il linguaggio di Dio, che è il silenzio stesso. Un silenzio eloquente, dicevamo: «…ora il discorso…, man mano che si innalza, si abbrevia; e finita tutta l’ascesa si fa completamente muto e si unirà totalmente a colui che è inesprimibile»22Cfr. san Dionigi l’Areopagita.; ma un silenzio che ogni tanto si concede un’interruzione. Perché, dopo di esso, «ciò che meglio descrive l’inesprimibile è [proprio] la musica»23Cfr. Aldous Huxley (1894-1963)..

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