Caro Teofilo…

Il peccato per antonomasia: la bugia24 minuti di lettura

Ho ancora impresso nella memoria il momento in cui, leggendo il Diario di santa Gemma Galgani, mi imbattei nella sua più clamorosa ammissione: «Ho detto una bugia»1Mercoledì, 25 luglio 1900.. Tornai più volte su quella pagina (l’ho fatto anche prima di mettermi a redigere questo post), perché non mi capacitavo di come lei, Gemma Galgani, santa Gemma Galgani, una delle più grandi mistiche di tutti i tempi, marchiata sulle mani e sui piedi col sigillo di santità delle stigmate, avesse potuto commettere un errore così grossolano. Oltretutto, questa sconcertante dichiarazione contrastava non poco con il ritratto di signorina devotissima e irreprensibile che ne aveva fornito il suo confessore, il quale – dopo che lei ebbe reso l’anima a Dio – affermò di non averla «mai sentita» accusarsi di un solo peccato commesso a occhi aperti. E non peccato “mortale”, ma peccato “in generale”.

Allora, come superare l’impasse?

Messo da parte lo shock iniziale, mi convinsi che no, mons. Volpi non poteva mentire a sua volta, e che quanto asseriva sul conto della santa doveva rispondere al vero. Volutamente scrivo “santa” senza farlo seguire dal nome: Gemma, infatti, non andava esente da qualche (piccolo) difetto, mentre non nego che “santa” Gemma fosse quale il Volpi la presentava. Ma il titolo di “santa”, Gemma se l’è conquistato al termine della sua esistenza terrena, non prima.

Io stessa, da piccola, non avevo una gran coscienza del peccato. Le bugie, per me, erano all’ordine del giorno, e solo in un secondo momento interiorizzai la difficile morale di Pinocchio (“difficile” non tanto da comprendere, quanto piuttosto da mettere in pratica): le bugie non si dicono mai e per nessuno motivo.

Il primo ammonimento2Almeno tra quelli “efficaci”! che ricevetti al riguardo non fu propriamente da parte del grillo parlante, bensì di sant’Alfonso Maria de’ Liguori: in una delle sue opere, il grande moralista faceva notare come anche solo un peccato veniale confessato senza pentimento potesse rendere sacrilega la confessione. Tanto per fare un esempio: non è lecito accusarsi di aver proferito una bugia di scusa, una piccola bugia “innocente”, senza provare nel proprio cuore sommo dispiacere per quanto si è fatto. E il “dispiacere”, cioè la consapevolezza che – potendo tornare indietro – si preferirebbe morire, piuttosto che macchiarsi di quella pur piccola colpa, deve essere opportunamente unito al proposito di fuggire le occasioni future e di prepararsi ad altrettanto grande sacrificio, nel caso si ripresentasse un’evenienza del genere. In altre parole, non è possibile accusarsi di aver mentito e poi uscire dal confessionale e tornare a farlo “come se niente fosse”, deliberatamente, volontariamente.

Ciò detto, conviene portare un distinguo tra il peccato volontario e quello involontario, specificando che – per definizione – è sempre e comunque imputabile il peccato commesso avvertitamente e deliberatamente, a prescindere da vere o presunte “buone intenzioni/motivazioni”. Costituiscono invece un’attenuante – nel caso del peccato involontario – gli impulsi della sensibilità e le passioni3Cfr. Ccc 1860., poiché la radice del peccato dell’uomo risiede «nella sua libera volontà»4Cfr. Ccc 1853., “libera”, cioè, da condizioni di debolezza e inavvertenza.

Ora, una falsità non può mai essere pronunciata «per sbaglio» o sotto l’impulso di un moto d’ira, per esempio. È questo il motivo per cui la menzogna è il peccato (volontario) per antonomasia e non è mai scusabile.

Un mentitore, di fatto, è capace di qualsiasi cosa. Se pecca perché vuole farlo, e in certi casi addirittura con l’aggravante della premeditazione, pensando a cosa inventarsi per ingannare il prossimo quando se lo ritroverà davanti, anche solo per nascondere una verità nel momento in cui gliene verrà chiesto conto, allora è un peccatore a pieno titolo. E non c’è buona intenzione/ragione che tenga, dal momento che sta scritto: «Egli [il Signore] non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare»5Vd. Sir 15,20.. Non solo: «Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio»6Vd. 1 Gv 3,9..

Ho parlato a più riprese di “buone intenzioni/motivazioni”; alcuni, infatti, ritengono lecito, se non addirittura “doveroso”, ricorrere in certi casi “estremi” a quello che, secondo loro, sarebbe un “piccolo” peccato che non recherebbe danno a nessuno. Sono rimasta non poco stupita – e in questa circostanza a ragione – trovandomi a meditare sulla seguente sentenza contenuta in una raccolta di detti dei padri del deserto:

Una volta il padre Agatone chiese al padre Alonio: «Come posso trattenere la mia lingua dal dire menzogne?». Dice a lui il padre Alonio: «Se non mentisci, farai molti peccati». «Come?», chiede l’altro. E l’anziano a lui: «Ecco, due uomini commettono un delitto dinanzi ai tuoi occhi, e uno fugge nella sua cella. Lo cerca un funzionario e ti chiede:

— Il delitto è avvenuto di fronte a te?

Se non mentisci, consegni un uomo alla morte; lascialo piuttosto libero dinanzi a Dio: è Lui che sa tutto».

Pag. 140 Vita e detti dei padri del deserto, Città Nuova, 2016, Roma

Un’altra volta ancora mi capitò di avere a che fare con una pia e cara signora la quale, nel raccontarmi la sua complessa situazione familiare, fece riferimento a una confessione in cui era stato lo stesso sacerdote ad “autorizzarla” a mentire. Il confessore in questione – di cui ammetto, come è ovvio che sia, la buona fede e l’ignoranza incolpevole – l’aveva a tutti gli effetti dispensata dall’osservanza dell’ottavo comandamento, almeno nei confronti di suo padre, avanti negli anni e piuttosto incline ad agitarsi inutilmente. A detta del confessore, sua figlia poteva permettersi di nascondergli qualche verità “scomoda” ricorrendo alla menzogna, e questo per il suo bene, per preservarne la salute, visto che l’anziano era un tipo decisamente ansioso.

A fare da contraltare a queste due pur autorevoli posizioni (autorevoli in quanto provenienti l’una da un confessore, l’altra nientemeno che da un padre del deserto), ci sono quelle ancor più salde di san Pio da Pietrelcina (1887-1968) e sant’Agostino d’Ippona (354-430), l’ultimo dei quali proclamato non solo “Padre”, ma anche “Dottore” della Chiesa nel 1298. Gli scritti dei Dottori sono da annoverare tra le opere che ogni cristiano dovrebbe leggere e consultare all’occorrenza, insieme naturalmente alla Sacra Scrittura e al Catechismo della Chiesa cattolica, dacché fanno parte di quella “Tradizione” di cui molti parlano, ma che in pochi, forse, sono in grado di definire. Per inciso, la sacra Tradizione fa da corollario alla Sacra Scrittura, essendo queste due cose strettamente congiunte e comunicanti tra loro. «Ne risulta così», si legge al numero 9 della costituzione dogmatica Dei Verbum (1965), «che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura e che di conseguenza l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza».

«La bocca che dice menzogne uccide l’anima»7Vd. Sap 1,11.

Poste tali premesse, passerei a esplicitare il pensiero di sant’Agostino, autore di ben due trattati sull’argomento, La menzogna e Contro la menzogna. Si tratta di due piccoli grandi capolavori della letteratura spirituale, consistenti in una sorta di vademecum dei comportamenti da tenere nei casi in cui si sia tentati di dire il falso. Volendo rispondere alla domanda in stile Catechismo su se sia mai concesso mentire anche solo con una “scusa” (giustificazione), dico che no, ciò non si può mai e per nessun motivo. Neanche – beninteso – se in ballo ci fosse la stessa vita nostra o altrui. Che cosa è più importante, infatti, la vita del corpo o quella dell’anima (in questo caso la nostra, a cui eviteremmo di macchiarsi di un pur “piccolo” peccato)? Ma, a questo punto, lascio la parola a sant’Agostino:

«Guarda! C’è un malato grave: è veramente tra la vita e la morte; e se gli si andasse a dire che è morto l’unico suo figlio, da lui amato teneramente, le sue forze non reggerebbero di fronte a tale notizia». Or ecco che questo malato ti chiede se il figlio vive, mentre tu sai che è morto. Cosa gli risponderai? La tua risposta dovrà per forza essere una di queste tre: «È morto»; «vive»; «non lo so». Qualunque altra risposta tu volessi dare, egli non penserà ad altro se non che è morto, notizia che, come anch’egli comprende, tu hai paura di dargli, mentre però vorresti evitare la menzogna. Lo stesso vale per l’ipotesi che tu restassi nel più assoluto silenzio. Orbene, delle tre risposte sopra elencate due sono false: «Egli vive» e «Non lo so»; e tu non puoi darle se non mentendo. Se al contrario dirai quella che è l’unica notizia vera, e cioè che è morto, sconvolgendo la mente di quel malato tu ne procurerai la morte; e la gente griderà che sei stato tu ad ucciderlo. E chi riuscirà mai a tenere a freno la gente che propensa com’è ad ingrandire il male che si fa quando per evitare una menzogna apportatrice di salvezza le si preferisce una verità apportatrice di morte? […] Elevato così alla contemplazione di quel bene luminoso in cui non sono tenebre di menzogna, io non rimango turbato dal fatto che a noi che ci rifiutiamo di mentire e agli uomini che muoiono per avere udito la verità, questa verità venga presentata come omicida. Fa’ il caso di una donna depravata che ti aspetti per avere con te un rapporto carnale, e che tu ricusi di consentire alle sue voglie. Se sconvolta dalla ferocia del suo amore ella ne muore, forse che sarà omicida anche la castità? Inoltre leggiamo le parole: Noi siamo il buon profumo di Cristo in ogni luogo. Lo siamo in quelli che si salvano e in quelli che periscono: negli uni odore di vita che conduce alla vita, negli altri odore di morte che conduce alla morte. Oseremo chiamare omicida anche il profumo di Cristo?

18. 36. Contro la Menzogna, Sant’Agostino di Ippona, Le Vie della Cristianità, 2017

Orbene, quanti operano l’iniquità egli li odia; invece tutti coloro che dicono menzogne egli addirittura li manda in perdizione. Ammesso questo, chiunque accetta un tale principio come potrà lasciarsi impensierire dagli esempi addotti da quei tali che dicono: «Se viene da te un uomo che con una menzogna tu potresti liberare dalla morte, come ti comporteresti?». Eppure quella morte, temuta stoltamente dagli uomini che non temono il peccato, è una morte che uccide il corpo, non l’anima, come insegna il Signore nel Vangelo, dove appunto ordina di non temerla. La bocca che proferisce menzogna, viceversa, uccide non il corpo ma l’anima. È scritto in termini quanto mai espliciti: La bocca che dice menzogne uccide l’anima. Come quindi non sarà un’enorme perversione affermare che per conservare ad uno la vita del corpo un altro possa lecitamente morire nello spirito? Infatti l’amore del prossimo ha come punto di riferimento l’amore verso se stessi. Dice: Amerai il prossimo tuo come te stesso. In che maniera dunque potrà uno amare un altro come se stesso, se per dare a costui la vita temporale, egli personalmente si gioca la vita eterna? In realtà, se per dargli la vita temporale uno compromettesse la sua vita temporale non sarebbe questo un amare come se stesso, ma più di se stesso. E ciò oltrepassa la norma imposta dalla sana dottrina.

6. 9. La Menzogna, Sant’Agostino, Le Vie della Cristianità, 2017

Siccome non c’è alcun dubbio che l’anima è superiore al corpo, all’integrità del corpo va preferita l’integrità dell’anima: quell’integrità che potremo conservare per sempre. Ora, chi oserà dire che l’anima di colui che proferisce menzogne è integra? Questa in effetti è la definizione esatta della libidine: Appetito dell’anima per il quale ai beni eterni si preferiscono i beni temporali, di qualsiasi genere siano. Ne segue che nessuno può addurre ragioni valide per sostenere che almeno qualche volta è lecito mentire: fino a quando almeno non avrà dimostrato che con la menzogna si può conseguire qualche bene eterno. Ma se è vero che l’uomo tanto più si allontana dall’eternità quanto più si allontana dalla verità, è cosa quanto mai assurda asserire che uno allontanandosi dalla verità possa conseguire un qualsiasi bene. Ovvero, se c’è un qualche bene che sia eterno senza che rientri nella verità, questo non è un vero bene, e pertanto, siccome è un bene falso, non è nemmeno un bene. E come si deve stimare più l’anima che il corpo, così la verità deve stimarsi più dell’anima, con la conseguenza che essa deve essere desiderata dall’anima non solo più del corpo ma anche più di se stessa.

7. 10. La Menzogna, Sant’Agostino, Le Vie della Cristianità, 2017

Nel professare questa verità, lo stesso sant’Agostino ammette di nutrire ancora qualche esitazione: «In problemi e casi dibattuti come questi il più delle volte prende il sopravvento la sensibilità umana e ne usciamo affaticati», è la chiosa sapiente del capitolo sulla Menzogna in caso di malattia. Non c’è da stupirsi se l’uomo, avvezzo com’è al male e al falso, sperimenti delle resistenze talvolta molto forti, messo di fronte al bene e al vero.

Non esiste una verità soggettiva

La parola “verità” suona dura, impositiva, nel tempo delle fake news e del relativismo. Le prime sono quasi sempre fini a se stesse, facilmente “smontabili” e “smentibili” perché – la maggior parte delle volte, almeno – hanno per oggetto delle realtà e verità oggettive che hanno subito sofisticazioni e manipolazioni. Il relativismo, invece, è di gran lunga più subdolo, dato che gioca a nascondersi dietro la sacrosanta affermazione del «secondo me…» oppure «nel mio caso…».

«Secondo me, le bugie di scusa non fanno male a nessuno». «Mentire non si potrebbe, ma nel mio caso si deve». Peggio ancora quando questa uscita termina con una giustificazione come «me l’ha detto il prete!». Ma chi può permettersi di derogare alla legge di Dio?

A tal proposito, mi viene in mente un aneddoto raccontatomi non molto tempo fa sul conto di un sacerdote “infiltrato” in un gruppo di persone poco raccomandabili, che imitava il loro agire e – anche se spero di aver capito male – si presentava addirittura come un laico qualunque. Lo scopo dichiarato di questo ministro era provare a evangelizzare la gente in questione, missione di per se stessa ammirabile; ciò che non mi spiego, però, è in che modo si proponesse di farlo, visto che in tutto e per tutto egli incarnava non lo spirito del Vangelo, ma quello del mondo, e il suo stile non era dissimile da quello di un giovane scapestrato dai valori e dalla morale per nulla esemplare. Leggiamo quanto scrive su questo punto sempre sant’Agostino, ammonendo il discepolo Cosenzio a non servirsi di tali mezzucci (doppiezza e falsità) nemmeno per trattare con gli eretici:

Risponderai: Ma è molto più facile per noi entrare nei loro meandri se fingendo diciamo d’essere dei loro. Se questo fosse lecito o vantaggioso, Cristo avrebbe potuto comandare alle sue pecore di andare dai lupi vestite di pelle di lupo e scovarli ingannandoli con questo sotterfugio. Eppure lui non ha detto così, nemmeno quando predisse che le avrebbe mandate in mezzo ai lupi. Replicherai: Ma lì non si trattava di andarli a cercare, essendo lupi oltremodo palesi; si doveva piuttosto subire la ferocia dei loro morsi. E cosa suggerì quando, annunziando i tempi successivi, disse che sarebbero venuti lupi affamati in veste di pecora? Non era forse lì il caso di suggerire quel che pensi tu e dire: Anche voi per riuscire a trovarli mettetevi addosso la veste dei lupi; internamente però restate pecore? Ma egli non disse nulla di questo; anzi, dopo aver detto: Molti verranno da voi vestiti da pecore ma dentro sono lupi rapaci, non aggiunse: [Li riconoscerete] attraverso le vostre menzogne, ma disse: Li riconoscerete dai loro frutti. Le menzogne sono da schivarsi per amore della verità, sono da imbrigliarsi con la rete della verità, sono da uccidersi con le armi della verità. Dio ci guardi dal vincere le chiacchiere blasfeme della gente ignorante ricorrendo consapevolmente a discorsi blasfemi; ci guardi dall’evitare il male dei mentitori imitando i loro comportamenti. Come infatti eviteremo il male se per evitarlo lo commettiamo? Se infatti per adescare colui che bestemmia nell’ignoranza mi metterò a bestemmiare nella consapevolezza, quello che io faccio è peggio di ciò che acquisto col farlo. Se per catturare uno che nega Cristo senza saperlo io rinnegherò Cristo sapendo [ciò che faccio], colui che così conquisto sarà uno che mi segue nella perdizione. Io già quando lo ricerco sono perduto, prima di lui.

6. 12. Contro la Menzogna, Sant’Agostino di Ippona, Le Vie della Cristianità, 2017

Qualche secolo dopo, san Giovanni Crisostomo ribadì il concetto nelle sue Omelie sul Vangelo di Matteo, invitando le sue pecore a imitare l’Agnello, piuttosto che il lupo, mettendosi addosso una pelle che non gli appartiene (magari dopo aver fatto strage nel branco allo scopo di procurarsela):

Finché saremo agnelli, vinceremo e, anche se saremo circondati da numerosi lupi, riusciremo a superarli. Ma se diventeremo lupi, saremo sconfitti, perché saremo privi dell’aiuto del pastore. Egli non pasce lupi, ma agnelli. Per questo se ne andrà e ti lascerà solo, perché gli impedisci di manifestare la sua potenza.

[…]

Nessuno pensi che questi comandamenti non si possano praticare. Cristo conosce meglio di ogni altro la natura delle cose. Sa bene che la violenza non si arrende alla violenza, ma alla mansuetudine.

Parimenti, il peccato non si arrende al peccato, ma all’innocenza. E non c’è “buona intenzione” che basti a giustificare una cattiva azione: la strada per l’inferno, secondo un comune modo di dire, ne è lastricata, delle c.d. “buone intenzioni”.

Inoltre è chiaro che l’autorità stessa della dottrina è eliminata e cessa totalmente se in coloro che vorremmo condurre alla verità, con la nostra menzogna creiamo la persuasione che qualche volta sia necessario mentire. Tener presente che la dottrina rivelata risulta composta di cose che in parte son da credersi mentre altre son da comprendersi: soltanto che alle verità da comprendersi non si può arrivare senza prima credere a quelle che debbono essere credute. Orbene, come si può credere a uno che ritiene, almeno qualche volta, necessaria la menzogna, senza pensare che egli menta anche quando ci ingiunge di credergli?

8. 11. La Menzogna, Sant’Agostino, Le Vie della Cristianità, 2017

Vedi dove sfocia il male della menzogna! Esso porta logicamente a rendere sospetti non solo noi agli eretici e loro a noi, ma rende ogni fratello sospetto al suo fratello; e così, mentre si ricorre alla menzogna per insegnare la fede, si ottiene, al contrario, che non si abbia più fede in alcuno.

4. 7. Contro la Menzogna, Sant’Agostino di Ippona, Le Vie della Cristianità, 2017

In latino infatti la fede è chiamata fides per il fatto che quanto si dice si fa (= fit). Ora uno che mente è chiaro che non mostra una tal fede.

20. 41. La Menzogna, Sant’Agostino, Le Vie della Cristianità, 2017

Dio è verità; chi dice il falso, rinnega Dio

Poco più sopra si è fatto cenno a san Pio da Pietrelcina; riporto di seguito un botta e risposta del Padre con la sua figlia spirituale Cleonice Morcaldi, nel quale viene sintetizzato in maniera efficacissima – alla padre Pio, insomma – il contenuto di questo post. In grassetto le parole del santo:

Neppure le bugie di scusa tu vuoi che dica, ma non portano danno.

Se non portano danno agli altri, lo portano a te: Dio è verità.

Mi domandano ciò che non posso dire.

Non sei mica tenuta a dire le tue cose agli altri.

Come posso occultare una verità a chi mi domanda? Non devo ricorrere a una scusa? E questa non è bugia?

Altro è tacere la verità, altro è mentire. La seconda parte è difettosa: la prima può essere lecita specie se chi domanda non ne ha diritto.

Pagg. 38, 70 La mia vita vicino a Padre Pio, Cleonice Morcaldi, Edizioni Dehoniane, 1997, Roma

«Dio è verità», ingiunge padre Pio. Se qualcuno dunque rinnega la verità, rinnega Dio stesso. Al contrario, satana è il “padre della menzogna”, il menzognero per eccellenza, così come le tentazioni sono inganni perpetrati allo scopo di indurci in errore. Nessun peccato, infatti, si presenta per quello che è: esso è sempre all’apparenza gradevole, piacevole, portatore di un appagamento o di una soddisfazione intensa e immediata.

Se satana e le sue opere si presentassero per quelle che sono, infatti, nessuno si lascerebbe ammaliare e sedurre dal suo “oscuro fascino”; “oscuro” perché (mal) celato sotto un’apparenza di bene.

Allora, che cos’è il peccato? Che cosa rappresenta, agli occhi di Dio, una bugia di scusa?

Dopo aver lasciato che i santi – e, con loro, la santa Chiesa cattolica – rispondessero a queste domande, passo la parola al Maestro dei maestri, vale a dire a nostro Signore in persona, che nei colloqui con la mistica santa Caterina da Genova (1447-1510) volle condividere con lei la profonda afflizione che sperimentava ogniqualvolta un’anima si rendeva colpevole di questo peccato. Dopo essersi trovata faccia a faccia con un mostro abominevole e deforme – nella mia immaginazione, il demone della menzogna – la santa non riuscì più né a mangiare né a dormire per giorni, e ciò per via della forte impressione di raccapriccio che aveva prodotto in lei la visione di quell’immagine. Il mostro – per inciso – altro non era che la rappresentazione figurata dell’orrore intrinseco di una bugia “giocosa”.

Bugie che non sono bugie

L’aggettivo “giocoso” riferito a una bugia non sta, chiaramente, per “scherzoso”. Circa l’eventualità che anche lo scherzo possa costituire una mancanza, il Doctor Gratiæ dice di no, ma mette in dubbio che un’anima perfetta possa permettersi di queste libertà.

Stesso discorso per quanto riguarda le iperboli e gli eufemismi; nel volume agostiniano non se ne parla, ma ricordo con un sorriso che – da brava studentessa di materie economiche e giuridiche – ne trovai menzione… nelle mie dispense di diritto privato. Proprio così: la legge umana non annovera tra le cause di annullabilità il c.d. dolus bonus nella compravendita, per esempio, e questo perché una persona di media avvedutezza è in grado di riconoscere la generica, magari “iperbolica” esaltazione della qualità del bene offerto. In definitiva, dire che il prodotto venduto «è il migliore del mondo» o che «risolverà tutti i vostri problemi» non produce conseguenze né sul piano civile né su quello morale.

Vale lo stesso di chi enfatizza per chi scherza. Ancora sant’Agostino: «È manifesto in maniera evidentissima il senso che ha in animo colui che sta scherzando: lo si ricava dalla pronunzia e dall’umore di chi parla, che appunto non è quello di uno che voglia ingannare, sebbene non proferisca la verità [completa]».

Un’esagerazione che invece è sempre da condannare è quella del giuramento; c’è un motivo se Gesù, nel Vangelo, invita a esprimersi in maniera sobria, a non spergiurare ma neanche solo a giurare, e questo è perché chi dice sempre la verità non ha bisogno di appellarsi, “arrampicarsi” a qualcosa o a qualcun altro, di chiamare in causa – scomodandoli – il «cielo», la «terra» o «Gerusalemme»8Cfr. Mt 5,33-37.. È la sua integrità, il testimone unico e attendibile della sua credibilità.

Altro caso di bugia “apparente” è quello in cui si proferisce una verità con linguaggio profetico, intendendo cioè qualche cosa che può essere facilmente fraintesa a motivo della sua non immediata o non scontata interpretazione. Potrei portare a esempio diversi episodi in cui illustrissimi personaggi biblici sembrerebbero peccare in questo senso; si pensi per esempio all’arcangelo Raffaele, che a Tobia si presentò sotto le vesti di un comune figlio d’Israele, oppure a Giacobbe, che con la complicità di sua madre Rebecca si spacciò per il fratello Esaù.

Nel tentativo di spiegare il “mistero sublime” contenuto nel libro di Tobia, l’autore spirituale Giosafatte Massari annota:

È cosa solita nella S. Scrittura, che l’Angelo Ministro e Legato di Dio prenda il nome di Dio, quando espone la volontà e i comandi di Dio. L’Arcangelo Raffaele aveva quivi assunta la forma di Azaria Figliuolo del grande Anania, e tale egli compariva; e si disse di essere quale ei compariva; perché tale persona dovea rappresentare, e dovea nasconder se stesso, fino che avesse eseguito tutti gli ordini di Dio in favore de’ due Tobia. Con ragione si dicea de’ Figliuoli d’Israele, della Tribù di Neftali e della cattività di Babilonia, e di avere conversato con Raguele; perché di fatti egli secondo l’ordine di Dio aveva la cura de’ Figliuoli d’Israele, in particolare della Tribù di Neftali, i quali da lui sono detti suoi Fratelli, perché tutti ugualmente Figliuoli di Dio.

Pag. 204 La religione rivelata, Giosafatte Massari, Stamperia Salvioni, MDCCLXXIII, Roma

Sant’Agostino, invece, invita a porre l’attenzione sull’operato sì ambiguo, ma privo di colpa di Giacobbe:

Egli effettivamente coprì le mani con pelli di capretto. E se badiamo alla causa prossima [del suo comportamento] dobbiamo dire che egli mentì; ma se il suo operato lo riferiamo al significato reale per cui fu compiuta quell’azione, ecco che nelle pelli di capretto troviamo un simbolo che rappresenta i peccati e nella persona che se ne coprì un simbolo di colui che prese su di sé non i peccati suoi ma i nostri. Se dunque quanto significano le parole è vero, non si può in alcun modo parlare di menzogna. E quanto si dice dell’operato va detto anche delle parole. Il padre gli chiese: Chi sei tu, figlio?, ed egli rispose: Io sono Esaù, il tuo primogenito. Se queste parole le applichiamo a quei due gemelli, sono, almeno all’apparenza delle menzogne; ma occorre intendere con esse quanto con tali gesti e affermazioni si voleva significare allorché il racconto fu posto in iscritto. E quindi vi intendiamo, presentato nel suo corpo che è la Chiesa, colui che parlando di tali cose diceva: Quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, mentre voi sarete cacciati fuori. E verranno da Oriente e Occidente, da Settentrione e da Mezzogiorno e sederanno nel regno di Dio. Ed ecco, i primi saranno ultimi e gli ultimi saranno i primi. In questo modo Giacobbe privò il fratello maggiore del diritto di primogenitura e se ne appropriò lui stesso. Essendo dunque [queste espressioni] così vere in sé e così esatte nel loro significato, come pensare che in esse ci sia stata o sia stata narrata una menzogna? Se infatti le cose significate non sono prive di verità, sia che riguardino il passato o il presente o il futuro, il loro significato è senza dubbio vero, e non c’è [in esso] alcuna falsità. Sarebbe tuttavia assai lungo sviscerare tutte le cose in dettaglio in questo campo delle espressioni profetiche nelle quali la verità ottiene la palma, perché, come furono proferite per significare qualcosa in anticipo, così divennero chiare col succedersi degli avvenimenti.

10. 24. Contro la Menzogna, Sant’Agostino di Ippona, Le Vie della Cristianità, 2017

Provo ora ad attualizzare queste due fattispecie: non mente il sacerdote che risponde «non lo so» a chiunque gli chieda indebitamente conto di una confessione. Quanto sa, infatti, lo sa in quanto Dio, non in quanto uomo, dal momento che nell’amministrare il sacramento egli ha agito non per proprio conto, ma per conto (“in persona di”) Cristo.

Inoltre, non sono da considerarsi menzogne nemmeno le parabole, le metafore, le antifrasi e in generale ogni altro detto o gesto figurativo, «espressioni o azioni profetiche, da riferirsi ad una [più profonda] comprensione della verità»910. 24. Contro la Menzogna, Sant’Agostino di Ippona, Le Vie della Cristianità, 2017.

Nessun argomento valido a favore della menzogna si può quindi ricavare dai libri sacri. Non dall’Antico Testamento, perché non è menzogna ciò che si deve prendere come figura, tanto se si tratta di fatti quanto di detti, ovvero anche perché non si propone alla imitazione dei buoni ciò che nei cattivi, incamminati verso il meglio, si loda rapportandolo con cose peggiori. Non si ricava nemmeno dai libri del Nuovo Testamento, nei quali ci si invita ad imitare il ravvedimento di Pietro più che non la [colpa della] simulazione, come, dello stesso Pietro, dobbiamo imitare le lacrime e non la negazione.

5. 9. Contro la Menzogna, Sant’Agostino di Ippona, Le Vie della Cristianità, 2017

Un modo lecito, invece, per nascondere una verità consiste nel ricorso alla c.d. “riserva mentale”. Esempio: la segretaria di un avvocato si prende l’impegno a far sì che nessuno disturbi il professionista durante il suo orario di lavoro. Di fronte a un’importuna e insistente richiesta di colloquio (in casi estremi, insomma), l’impiegata può rispondere : «L’avvocato non c’è» sottintendendo mentalmente «per te». Attenzione solo, però, a non far divenire l’eccezione la regola.

Riassumendo, non esiste peccato che non sia inganno; non esiste inganno che non sia peccato (nella Bibbia, queste due parole vengono adoperate come sinonimi) e – soprattutto – non esistono “truffatori onesti”: «Se poi qualcuno pensasse che esista una qualche specie di menzogna che non sia peccato, mentre si ritiene un onesto truffatore del prossimo, cadrebbe lui stesso in un bruttissimo inganno»1021. 42. La Menzogna, Sant’Agostino, Le Vie della Cristianità, 2017.

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