Caro Teofilo…

Al di là della mela e del male. Ovvero: in cosa è consistito il peccato originale?40 minuti di lettura

Come emanciparsi dalla libertà? No, non è un ossimoro, né tantomeno una domanda retorica. È l’interrogativo da cui vuol partire questa meditazione sul peccato originale originante. Subito una premessa: il peccato originale “originante” fu quello di Adamo ed Eva, i nostri progenitori, i quali, su invito del serpente, si unirono al banchetto delle creature ribelli mangiando «dell’albero della conoscenza del bene e del male»1Cfr. Gn 2,17.. Ma la storia è fin troppo nota per stare a riraccontarla. Quel che è meno noto, invece, è il “retroscena” – se così possiamo definirlo – del racconto biblico, ricco di allegorie e significati simbolici. L’intento, qui, non è di negare la storicità della vicenda, eresia gravissima su cui la Chiesa è già ampiamente intervenuta; si rimanda, a questo proposito, al breve ma eloquente documento Sul carattere storico dei primi tre capitoli della Genesi (1909), in cui la Pontificia Commissione Biblica afferma chiaramente l’impossibilità di mettere in dubbio il senso storico-letterale di quelli che rappresentano i veri e propri fondamenti della religione cristiana (nonché – checché ne dicano gli scettici – dell’umanità intera e del suo resoconto ancestrale).

«Così possiamo piamente credere»

Da Eva a Biancaneve, dall’Eden al giardino delle Esperidi, da Paride a Eracle, da Isaac Newton a Steve Jobs, la mela (dal latino malum, “male”) è un simbolo largamente diffuso nella cultura di massa. L’ultimo a coglierne e a sfruttarne il significato è stato il pittore belga René Magritte (1898-1967), il quale ne ha fatto un soggetto frequente dei suoi dipinti a partire almeno dal 1950. Il più noto fra questi, forse, è Il figlio dell’uomo, il cui titolo francese – Le Fils de l’homme – si presta a un grottesco (ma emblematico) gioco di parole: siamo più figli de l’homme (“dell’uomo”) oppure de la pomme (“della mela”)? In questo articolo, proviamo a dare una risposta, ben consapevoli che “mela” vuol dire anche “marcescenza”. E Dio non voglia che il Suo capolavoro si tramuti in una natura (umana) morta.

Fatto salvo il giudizio della Chiesa e mantenuta l’analogia della fede, «si può sapientemente e utilmente utilizzare una interpretazione allegorica e profetica per alcuni passi di quei capitoli, secondo l’esempio illustre dei santi Padri e della Chiesa stessa». I santi Padri che, nei loro scritti, affrontarono direttamente la questione sono san Clemente Alessandrino (150 ca.-215 ca.), san Gregorio di Nissa (335-395 ca.), san Giovanni Crisostomo (344/354-407) e san Giovanni Damasceno (650-749), tutti e quattro concordi nel valutare la natura (il “contenuto”) del peccato originale originante come il primo atto sessuale tra Adamo ed Eva. Non esiste, invece, alcuna pronuncia ufficiale dell’istituzione a favore o contro questa specifica ipotesi teologica, per quanto, nel corso dei secoli, illustrissimi santi e mistici abbiano contribuito ad avvalorarla. Si pensi, per esempio, a san Tommaso d’Aquino (1225-1274), al teologo gesuita Francisco Suárez (1548-1617), a san Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941) e alla mistica Maria Valtorta (1897-1961), di cui parleremo approfonditamente in seguito.

Per il momento, invece, passiamo ad analizzare più nel dettaglio la posizione dell’autorità ecclesiastica.

Facciamo notare che lo stile della Chiesa – in aderenza a quello di Gesù – è sempre sobrio e asciutto; il suo modus operandi, prudente e mai sbrigativo. La rivelazione pubblica consiste infatti nella raccolta semplice ed essenziale delle sole informazioni necessarie alla salvezza delle anime, un patrimonio prezioso e, al tempo stesso, accessibile/alla portata di tutti. Alla rivelazione pubblica e ai dogmi si accostano le rivelazioni private, le dottrine accessorie e le ipotesi teologiche in generale.

Come detto, ciò che esula dalla rivelazione pubblica è sì successivo e non vincolante, ma non è bene scartarlo tout court (eccettuati i casi in cui, al netto di un buon discernimento, si riscontrino evidenti contrasti con il magistero). In Gv 16,12-14, Gesù annuncia la venuta dello Spirito Santo, vindice di verità e di verità «tutta intera», inclusi quegli insegnamenti che – per motivi di (in)opportunità e di (in)convenienza – sono stati da lui tralasciati: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera […]. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà». L’espressione «prenderà del mio» sta a significare che dalla Sapienza (il divin Figlio) procederà l’Amore (lo Spirito Santo), quel sovrappiù che viene dato solo ed esclusivamente a chi cerca e ha già trovato l’essenziale.

Ci sono altri due presupposti da cui è bene partire, prima di accostarsi alla lettura di questo post e per farlo nella maniera migliore possibile, vale a dire senza pregiudizi. Liquidiamo ogni possibile obiezione con le parole di san Giovanni XXIII: «Così possiamo piamente credere». «Possiamo», non «dobbiamo». «Piamente», non «empiamente». E «credere» in base a un dato di fede quanto mai ragionevole. Primo presupposto: non è prudente scartare a priori (peggio ancora, rigettarle come spazzatura o «assurdità») le cose che – pur rimanendo pie credenze – sono state di fatto promosse da anime la cui santità è ben probata. Secondo presupposto: è indubbio che quello di cui si va discutendo non sia un dogma di fede, ma una dottrina accessoria. L’esperienza umana, però, c’insegna che c’è differenza tra una semplice utilitaria e una vettura ben equipaggiata, con tutti i comfort e gli optional del caso. Se la meta è il Paradiso, non si esclude che entrambe la raggiungano, ma – a conti fatti – il tragitto della seconda sarà stato di sicuro più agevole, meno impervio. Certamente, sapere in che cosa è consistito il primo peccato, non dovrebbe mutare più di tanto le nostre vite di fede, che dovrebbero essere già salde e irreprensibili in quanto, appunto, «di fede». Può sembrare un paradosso, ma se l’uomo fosse un po’ più intelligente, non avrebbe bisogno di troppe spiegazioni. Dall’intelligenza procederebbe la conoscenza, alla stessa maniera in cui Intelletto e Sapienza sono complementari. Dal momento, però, che uno degli effetti collaterali del primo peccato è stato la perdita della scienza infusa, conviene formarsi (sulla sana dottrina) e informarsi (su tutto il resto) onde evitare che la connaturale e diabolica (non umana!) ignoranza prenda il sopravvento e ci disorienti.

Il primato della verginità

Ed è proprio questo il punto da cui vogliamo partire: la morale cristiana che riguarda la sessualità è sempre stata a dir poco dibattuta. I laicisti l’hanno usata come bandiera per propagandare il presunto bigottismo della Chiesa, unito a una certa specie di disamore per i “piaceri” della vita, mentre i neoconvertiti ci hanno sbattuto la testa nel tentativo lodevole di rispettarla. La verità è che in pochi, persino tra gli ecclesiastici, persino tra i votati alla castità (e questo è uno scandalo), l’hanno compresa del tutto, penetrando fino in fondo le ragioni che stanno alla sua base. Per farlo, occorre andare più indietro di quanto si pensa; in sostanza, occorre andare alla radice delle cose.

Perché la Chiesa ha sempre privilegiato i vergini e la verginità quale aurea e sublime virtù? Perché la nuova Eva – Maria – è la Vergine per antonomasia, e perché questa sua “caratteristica” è messa tanto in risalto? Perché il nuovo Adamo – Gesù – non prese moglie, ma divenne piuttosto lo Sposo del Cantico, legato spiritualmente – dunque, in maniera più profonda – a Maria, alla Chiesa e a ogni singola anima? E perché san Giuseppe, custode dei vergini e vergine lui stesso, non fu “marito” (bensì “sposo”) di Maria?

Rispondere a queste tre domande è molto semplice: Gesù, Maria e Giuseppe, tutti e tre vergini e tutti e tre a loro modo “divini” (Gesù in quanto Dio, Maria e Giuseppe in quanto partecipi, l’una in pienezza, l’altro in parte, della sua divinità), non conobbero i disordini della carne semplicemente perché non poterono. Era ontologicamente impossibile che Maria fosse moglie, dal momento che era stata singolarmente preservata dalla trasmissione della colpa d’origine. Era altresì impossibile che Gesù scendesse a compromessi col peccato prendendo moglie (già solo un pensiero di questo tipo risulta orribilmente blasfemo). Quanto a Giuseppe, è opinione diffusissima che il padre putativo di Gesù sia stato liberato dal peccato originale e dalle sue conseguenze (cioè “confermato in grazia”) subito dopo il suo concepimento.

Non pare che fosse sufficiente che soltanto la Madre fosse vergine; fa parte della fede della Chiesa che anche chi fece le veci di padre sia stato vergine. Il nostro Redentore ama tanto l’integrità del pudor fiorito, che non solo nacque da seno verginale, ma anche volle essere toccato da un padre vergine.

San Pier Damiani (1007-1072)

Quello della verginità è un primato indiscusso; primato che non deriva – come taluni sostengono erroneamente – dal fatto che chi non si sposa o non esercita la sessualità compia chissà quale rinuncia o penitenza e per questo acquisisca più meriti degli altri. Essere casti – salvo rari casi2Il riferimento è alla “martire della purezza” santa Maria Goretti (1890-1902). – non ha nulla a che vedere con l’essere martiri. La castità, per un cristiano medio, dovrebbe essere lo standard, non l’eccezione. Essa è infatti richiesta in tutti gli stati di vita; è il minimo indispensabile per dirsi cristiani, perché tutti – ciascuno a suo modo – sono consacrati a Dio e appartengono a lui. Sappiamo bene che il corpo, sia esso di un laico oppure di un consacrato in senso stretto, è il tempio dello Spirito Santo, e come tale va rispettato. Ecco perché si parla anche di una castità entro il matrimonio, che consiste nell’unione dei coniugi aperti alla vita nelle sole modalità che abilitino alla procreazione. Scopriremo più avanti la ragione più profonda di questa norma, che altro non è che il sesto comandamento.

Torniamo al primato della verginità. Sono innumerevoli le fonti pubbliche che sanciscono e ribadiscono quanto questa virtù sia gradita agli occhi di Dio. Ne riportiamo soltanto alcune.

  1. «Chi si sposa fa bene ma chi non si sposa fa meglio», si legge nel capitolo sette della Prima lettera ai Corinzi. San Paolo, in particolare, parla della peculiare esigenza di amare Dio con cuore indiviso, ma non solo: egli presenta il matrimonio come remedium concupiscentiæ, ed è questo l’aspetto che vogliamo mettere in risalto in questa trattazione. «È cosa buona per l’uomo non toccare donna; tuttavia, per il pericolo dell’incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito». Non si vuole qui ridurre il «mistero grande»3Cfr. Ef 5,32. del matrimonio a questo (né san Paolo lo ha mai fatto!). L’invito è piuttosto a riflettere su una delle “funzioni” del matrimonio stesso, e in particolare sulla necessità di siglare l’unione tra uomo e donna con un sacramento. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: perché questa necessità? Perché un sacramento? E soprattutto: perché, tra non sposati, il sesso è sempre peccato mortale4Oltre alla ragione per così dire “profonda”, c’è quella evidente che – bene o male – comprendiamo tutti: la fornicazione è squallida, disgustosa, disonorante e costituisce un tradimento anticipato al proprio coniuge che ha il diritto di trovare integro un corpo che gli appartiene, un corpo che solo da lui deve essere conosciuto (e già basta e avanza, se abbiamo solo un po’ di pudore e di rispetto per noi stessi. In poche parole: dignità, innocenza, candore, purezza, senso della propria sacralità agli occhi di Dio, nostro padre). Senza contare che tutti i “no” che si dovrebbero dire prima dell’unico (e vero) “sì” all’altare sono funzionali a esso; tutti i “mi piaci” che si dovrebbero dire prima dell’unico (e consapevole) “ti amo” sono parimenti propedeutici a una scelta d’amore autenticata non a parole, ma dal sacrificio fatto in precedenza. Il matrimonio è un istituto pieno di diritti e pieno di obblighi, perché il “sì” di uno condiziona la vita dell’altro, e la condiziona per sempre, in maniera irreversibile. Così come è irreversibile la perdita della verginità; far perdere la verginità a qualcuno che non ti appartiene, vuol dire rubare. I meno coscienziosi, allora, potrebbero obiettare: ma io sono sicuro/a che sposerò il mio fidanzato/a! Ancora una volta, tralasciamo la spiegazione approfondita, appellandoci invece all’evidenza dei fatti: chi ti assicura, in mancanza di un sacramento che ne garantisce l’indissolubilità, che il tuo legame con l’altro andrà avanti nel tempo? Abbiamo detto che il matrimonio è garanzia di indissolubilità, almeno nella concezione di Dio (dovrebbe esserlo anche in quella degli uomini, perché ammettere preventivamente la possibilità di separarsi non è proprio “di classe”, per usare un eufemismo). In quanto garanzia, in quanto sacramento, il matrimonio costituisce una sicurezza, una tutela per entrambi i coniugi, che non dovranno mai sottoporsi all’umiliazione di farsi conoscere (disonorare e potenzialmente dileggiare) da altri che non siano o non siano stati i rispettivi marito o moglie.? Ricordiamo a tal proposito quell’antico adagio che recita: in re venerea non datur parvitas materiæ, «in tema di piaceri venerei non esiste materia lieve». Perché la fornicazione, e in generale ogni violazione del sesto comandamento, è tanto grave e – per certi versi – lo è più di ogni altro peccato? Prima ancora di rispondere, preveniamo eventuali dubbi attingendo a due fonti specifiche. La prima è un’apparizione mariana: «I peccati che portano più anime all’inferno sono i peccati della carne», riferì Nostra Signora di Fatima alla piccola Giacinta Marto, nel 1917. La seconda è la testimonianza resa da don Giuseppe Tomaselli (1902-1989), sacerdote esorcista morto in concetto di santità, che trascrisse la tanto terribile quanto premurosa ammissione del demone Melid: «Tutti coloro che stanno nel pozzo infernale, vi si trovano per l’impurità. Hanno fatto anche altri peccati, ma si sono dannati sempre [sempre!] per questo peccato o anche con esso». Capite bene, allora, quanto grande sia l’ascendente che i demoni della lussuria esercitano sul genere umano, un oscuro potere che è stato loro accordato sin dal principio e il principale con cui essi soggiogano le povere anime-schiave.
  2. Il concilio di Trento: «Se qualcuno dice che lo stato coniugale deve essere anteposto allo stato di verginità o di celibato, e che non è migliore e più felice cosa (melius ac beatius) rimanere nello stato di verginità o di celibato piuttosto che contrarre matrimonio, sia anatema [scomunicato]»5Vd. Sess. 24, 10, Ds 1810..
  3. L’enciclica di Pio XII Sacra Virginitas, nella quale il Santo Padre confuta le teorie filosofiche che vorrebbero la sessualità “elemento imprescindibile” nella vita degli uomini, quasi che l’astinenza dai “piaceri” della carne provocasse la rottura di chissà quali equilibri interiori e biologici; tali teorie, profondamente aberranti e dequalificanti, promuovono l’immagine di un uomo istintivo, materiale e, in definitiva, animalesco. Non è un caso, se ci esprimiamo in questi termini, e non è neanche un caso che i filosofi in questione si siano fatti traviare da quella che è – nei fatti – un’apparenza ingannevole. L’inganno diabolico sta proprio nello spacciare il male per nor-male, nel farci credere che «è naturale», «non possiamo farne a meno», «Dio ci ha fatti così».
  4. Un altro documento redatto da un papa, Familiaris consortio di san Giovanni Paolo II: «Rendendo libero in modo speciale il cuore dell’uomo, così da accenderlo maggiormente di carità verso Dio e verso tutti gli uomini, la verginità testimonia che il Regno di Dio e la sua giustizia sono quella perla preziosa che va preferita ad ogni altro valore sia pure grande, e va anzi cercato come l’unico valore definitivo. È per questo che la Chiesa durante tutta la sua storia, ha sempre difeso la superiorità di questo carisma nei confronti di quello del matrimonio, in ragione del legame tutto singolare che esso ha con il Regno dei cieli»6Vd. 16.. Tale legame si confà alla visione tradizionale della gerarchia del Paradiso, dove le vergini occupano un vero e proprio “posto d’onore” secondo solo a quello dei martiri.
  5. L’evidenza che, nella sua umanità, nostro Signore subì ogni sorta di maltrattamenti, ma nessuno che minasse all’integrità del suo pudore. Da fonti mistiche apprendiamo che Dio padre intervenne con decisione nello sventare l’ultima e la più atroce delle umiliazioni a cui i soldati romani avevano pensato di sottoporlo, su cui glissiamo di proposito. Stessa sorte salvifica subirono quelle vergini e martiri i cui aguzzini rimasero pietrificati prima ancora di provare a sfiorarle.

«Il corpo del peccato»7Cfr. Rm 6,6.

Qualche riga sopra si è usata l’espressione remedium concupiscentiæ8La concupiscenza, da vocabolario, è una «passione intemperante, intesa come predominio della materia sullo spirito» (fonte: Treccani).; occorre anzitutto precisare che, già prima del peccato originale, l’uomo e la donna erano chiamati alla mutua donazione, la quale avveniva a un livello superiore, non certamente in quella singolare modalità (una delle tante, e tra le meno elevate) con cui è prevista oggi. Il “livello superiore” a cui si fa riferimento è quello spirituale, contrapposto al “livello inferiore” proprio delle bestie. Non si può negare che, dopo il primo peccato, l’essere umano si sia degradato sotto innumerevoli aspetti, scendendo in qualche maniera allo stato animale e accentuando in se stesso il suo essere “materiale”. “Materiale” sta per “fatto di materia”, e – come tale – presentante tutte quelle caratteristiche che si addicono e si convengono a un essere non-spirituale. Come sappiamo, infatti, l’uomo è a tutti gli effetti il capolavoro di Dio, pensato per riassumere in sé tutto il creato9Cfr. Ef 1,10: «Il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra»., dagli animali agli angeli passando persino per le piante. Non è un caso che lo stato “vegetativo”, dovuto alla menomazione degli emisferi cerebrali, si chiami proprio così; non è un caso che “vegetale”, “animale” o “angelo”, qui usati come aggettivi, possano tranquillamente essere inseriti nella descrizione di una persona umana per porre l’accento su una sua peculiare caratteristica. Così, se la persona in questione è particolarmente pigra o indolente, diciamo che è un “vegetale”; se si distingue per i suoi modi non proprio garbati e per il suo essere impulsiva, violenta, rozza, istintiva, le diamo dell’“animale” (non fatelo mai, non è caritatevole!); al contrario, nel ringraziare per una gentilezza ricevuta o nel complimentarci per la carineria, l’eleganza, la sensibilità spirituale del nostro interlocutore, l’apostrofiamo facilmente: «Sei un angelo!». Insomma, c’è una parte vegetale, animale e angelica-spirituale in ognuno di noi.

Già gli antichi greci usavano distinguere la vita in ζωή (zoé), βίος (bíos), ψυχή (psyché), termini diversi tutti e tre riconducibili a una medesima significazione: la vita, per l’appunto. Ma non una vita qualsiasi: solo in quella umana, infatti, ricorrono insieme corporeità (animale), psichicità (propriamente umana) e spiritualità (oltreumana). Curiosamente [!], nella lingua greca del Nuovo Testamento, Gesù parla all’uomo di vita oltreumana10«ὁ φιλῶν τὴν ψυχὴν αὐτοῦ ἀπολλύει αὐτήν, καὶ ὁ μισῶν τὴν ψυχὴν αὐτοῦ ἐν τῷ κόσμῳ τούτῳ εἰς ζωὴν αἰώνιον φυλάξει αὐτήν». In italiano: «Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna»: è questa la componente che è chiamato a sublimare, poiché è quella che lo rende simile a Dio, entità spirituale per eccellenza.

Essere simili a Dio, ve l’aveva già dato per dote il Padre Creatore, ma una somiglianza nella quale, non ha nulla a che fare ciò che è carne e sangue, ma sebbene lo spirito, perché Dio è essere spirituale e perfetto e vi aveva fatti grandi nello spirito e capaci di raggiungere la perfezione mediante la Grazia, piena in voi e l’ignoranza del Male.

Io venni a mettere cose e parole nella luce giusta e con le parole e con gli atti vi mostrai che la vera grandezza, la vera ricchezza, la vera sapienza, la vera regalità, la vera deificazione, non sono quelle che voi credete. […]

Quaderni, 7.12.43, Maria Valtorta

Analizziamo adesso la prospettiva opposta a quella di spiritualizzazione, di deficazione. Potremo chiamarla “materializzazione”, l’annichilimento dello spirito in favore della carne. È così che l’uomo assume dei tratti (anche fisici) animaleschi, bruti, brutti: diciamo con una punta di (amara) ironia che la teoria evoluzionistica vale e funziona al contrario. Quanto più il peccato (originale e attuale) ha dominio sull’uomo, tanto più egli si abbassa e si degrada allo stato animale. Attenzione a non fraintendere, però: tale affermazione non significa che gli animali siano stati costituiti “peccatori”; anzi! I disordini che riscontriamo in natura e in particolare nel regno animale sono tutti riconducibili al male prodotto e messo in circolo dall’uomo, che produce un’eco spaventosa non solo su se stesso e sui suoi simili, ma su tutto il creato. Si pensi per esempio a una bestia feroce: per sua natura, in realtà, quella bestia non è affatto feroce. La sua ribellione e indomabilità sono il risultato della ribellione dell’uomo, il quale non solo non detiene più pieno dominio su di sé, ma nemmeno su ciò che lo circonda. Da qui anche l’origine e il perché dei terremoti, delle alluvioni, delle catastrofi e di tutti quei fenomeni che – più che “naturali” – potremmo definire semplicemente “umani”. Non è nemmeno necessario che l’uomo intervenga direttamente a sconquassare gli equilibri del cosmo. Non serve l’inquinamento, per provocare i cambiamenti climatici; o meglio, l’inquinamento n’è la causa prima e diretta sul piano razionale, scientifico, reale, ma – nell’ordine filosofico-metafisico – si può addurre un’altra spiegazione assolutamente conciliabile e non invalidante la prima.

Ancora a proposito degli animali, risulta utile, per maggior completezza, fare una breve digressione sulla loro natura nello specifico. Anche gli animali, in quanto esseri animati, sono dotati di un’anima; a differenza dell’anima umana, però, la loro è manchevole della c.d. “parte superiore”, lo spirito, vale a dire la sede delle tre facoltà spirituali – memoria11Precisiamo che anche gli animali sono in grado di archiviare esperienze che attengono alla loro sfera sensibile., intelletto12Non “intelligenza”. e volontà13Essendo guidati dall’istinto. – che accomunano l’uomo a Dio e lo rendono realmente «a sua immagine e somiglianza». Lo spirito integra e nobilita l’anima-parte inferiore, la quale invece è dimora di passioni, emozioni e sentimenti elementari che anche gli animali sperimentano. In altre parole, l’antropologia umana è tripartita in «spirito, anima e corpo», secondo la dizione paolina e in generale orientale (platonica), oppure ancora – per dirla con san Tommaso d’Aquino – corpo e anima, quest’ultima distinta in “parte superiore” e “parte inferiore”.

Volontà divina e umana si separano: similmente, la morte divide l’anima dal corpo

Continuiamo ad analizzare gli effetti del primo peccato dell’umanità, precisando subito che veramente il primo peccato è un peccato commesso dall’umanità nel suo insiemesicut unum corpus unius hominis, «come un unico corpo di un unico uomo»14Cfr. Ccc 404: «Per questa “unità del genere umano” tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo, così come tutti sono coinvolti nella giustizia di Cristo». .

Si legge in Gn 2,16-17: «Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire”».

Ne desumiamo che il primo e più devastante effetto della disobbedienza al Padre fu proprio la morte. Se è vero, come è vero, che a ogni azione corrisponde una reazione, in tal caso la reazione non fu uguale, ma precisamente contraria. «Diventare come Dio» (testuale espressione usata dal serpente) vuol dire violare il segreto della vita, e – di conseguenza – andare deliberatamente incontro alla morte.

Proviamo a spiegarci meglio. Per gli animali, quella sessuata è ed è sempre stata l’unica modalità di riproduzione possibile. È vero che gli animali generano vita “autonomamente”, secondo il principio riproduttivo, ma è altrettanto vero che gli animali muoiono.

Ecco dunque che la medesima, drammatica sorte degli animali viene estesa anche agli uomini, se non altro per quanto riguarda la loro sostanza materiale. Anche se il loro corpo, da questo momento in poi, è soggetto a corruzione, la loro anima (essenza spirituale) rimane immortale. Risulta utile inserire una breve postilla su come nasce una vita umana: i due gameti, unendosi, danno origine a uno zigote, che rimane “pura materia” fino a quando Dio non crea un’anima inviata ad “abitarlo”. Si tratta di un’operazione istantanea e a dir poco misteriosa, che descriviamo in semplicità senza purtroppo poterle rendere pienamente giustizia.

Adamo ed Eva peccarono “volontariamente”, in nome15Vedremo in seguito in che senso. di quella presunta autonomia, presunta libertà che caratterizza le bestie. Scriviamo “volontariamente” perché la causa prima del male è proprio la separazione della volontà della creatura da quella del Creatore. In maniera analoga, come la volontà umana si separò da quella divina, così, con la morte, l’anima (creata da Dio) si separa dal corpo (procreato dal maschio e dalla femmina) ed è destinato a marcire. Questa marcescenza inesorabile non si spiega se non come conseguenza di un male che ha riguardato proprio la carne, da quel momento in poi imparentatasi con satana. Significa che il germe della morte è dentro di noi; se non dentro il nostro spirito, quantomeno dentro il nostro corpo, che non va esente da una sorte nefasta comune a tutti gli uomini a eccezione della vergine Maria: «Il mio corpo non poteva marcire e non marcì», dichiarò lei stessa nell’apparizione alle Tre Fontane, presentandosi come “l’Assunta” e dando il via libera all’istituzione del quarto dogma che la riguarda.

«Stai pur certo che non sei tu ad essere mortale, ma solo il tuo corpo. Perché ciò che la tua forma esterna rivela agli uomini non è te stesso; lo spirito è la vera essenza di se stessi, non la figura fisica che può essere indicata col tuo dito».

Marco Tullio Cicerone (106 a.C.-43 a.C.)

A partire dal primo peccato, vige lo stesso principio (procedimento) riproduttivo che vige per gli animali. La riproduzione avviene solo mediante il compimento di quegli atti; tuttavia, essi devono essere redenti, perché rimangono di per se stessi indegni dell’uomo e l’unico fine che li giustifica è la trasmissione della vita, la procreazione. Da qui la risposta alla domanda che avevamo lasciato in sospeso più sopra: perché il sacramento del matrimonio? Perché, per la Chiesa e per Dio, la sessualità rappresenta sempre un disordine e un peccato mortale, anche nei casi in cui essa venga esercitata da due fidanzati aperti alla vita e con l’intenzione di procreare? È l’obiezione comune a molti promessi sposi: «ma noi ci amiamo», «già sappiamo che diventeremo marito e moglie» eccetera eccetera.

L’intenzione, però, non è sufficiente, dal momento che gli atti in questione non sono stati ancora redenti e giustificati da un sacramento. Si pensi: non basterebbe nemmeno trasportare nel matrimonio civile i due elementi che caratterizzano il matrimonio sacramentale, l’indissolubilità e l’apertura alla vita, per non peccare mortalmente. Anche qualora queste disposizioni fossero autentiche, assolute e incondizionate, quell’unione continuerebbe a chiamarsi “fornicazione”. Dentro questa lettura, trova ragione anche il giudizio a dir poco avverso della Chiesa e di Dio rispetto a tutte quelle pratiche che implicano un esercizio della sessualità per così dire “non ortodosso”.

Ormai è chiaro: il sesso non è una cosa adeguata e degna di un essere umano. Confidiamo che questo assunto non sia poi tanto difficile da condividere, specie da parte di chi ha avuto modo di sperimentare almeno una volta impulsi e istinti di questo tipo (anche solo in forma di tentazione).

I “piaceri” dei sensi, brutali e violenti, atterrano l’uomo, lo inebetiscono, lo sviliscono, lo sconvolgono, annichiliscono la sua ragione e le sue facoltà spirituali; tutta la persona, tutto il corpo16Cfr. 1 Cor 6,18. viene trascinato verso il basso. Persino i filosofi pagani (Socrate, Seneca) ci erano arrivati: l’uomo – dicevano – non giungerà mai alla piena conoscenza della verità, di ciò che per definizione è trascendente, se non quando si distaccherà – elevandosi – da ciò che è terreno. Lo dimostra il fatto che chi sa molto sia di solito molto puro: «A essa [la sapienza] ho rivolto la mia anima e l’ho trovata nella purezza»17Vd. Sir 51,20..

Per fare ulteriore chiarezza sul tema della materialità, portiamo l’esempio di un cane o di un qualsiasi altro animale dominato dall’istinto che – al sentire l’odore del cibo – subito si fionda sulla ciotola e, nella foga, rovescia a terra il suo contenuto facendo un disastro tutt’attorno. Vorace e accecato dalla fame del momento, non se ne rende nemmeno conto, ma anche se fosse, non gli interesserebbe. Ci penserà il Padrone a ripulire tutto, non appena avrà finito. La sua unica preoccupazione, ora, è soddisfare il suo appetito; è egoista e non gli importa di danneggiare qualcosa o qualcun altro.

L’animale vive per mangiare, per il piacere del momento che gli permette di raggiungere e mantenere per un certo tempo la pace dei sensi. Placata la fame, non esiste per lui altra forma di benessere piena e soddisfacente a tal punto. L’animale vive alla giornata, vive per stare bene, tanto è vero che, nel caso in cui un cane, un gatto o un altro animale da compagnia si ammalino irreversibilmente, è meglio per loro che vengano soppressi. La sofferenza, per una bestia, è infatti il male assoluto, da evitare proprio perché “insensata”, priva di senso.

Conclusione derivata e necessaria è che per un essere (anche) spirituale quale l’uomo è, il benessere o il malessere fisici siano del tutto relativi ed effimeri.

Il dolore l’animale lo evita,

il filosofo lo contesta,

l’uomo lo sopporta,

il cristiano lo accetta,

il santo lo cerca.

Blaise Pascal (1623-1662)

Il discorso sull’inferiorità degli animali cambia leggermente se pensiamo che il maschio e la femmina di qualsiasi specie sono programmati per incontrarsi solo nei rispettivi periodi fertili. Questo la dice lunga sullo scopo primo e unico della sessualità, che solo accidentalmente è associata a un forte piacere sensibile, per favorire – come meccanismo di attrazione – l’incontro stesso.

Questo meccanismo, in origine, doveva valere solo per le forme di vita meramente materiali e per questo inferiori all’uomo, le quali non avrebbero potuto conoscere – come nella realtà non conoscono – altra forma di soddisfazione e consolazione che questa. Se «non di solo pane vive l’uomo»18Cfr. Dt 8,3; Mt/Lc 4,4., per l’animale è il contrario.

Riflettendo, al di là di ogni possibile argomentazione, la consapevolezza che il sesso non è cosa “normale”, consueta e adatta all’uomo è insita in ognuno di noi; di più, ci viene instillata fin dall’infanzia. I bambini (innocenti) vengono solitamente educati al pudore e preservati dalla visione di immagini invereconde. Pensateci: se davvero non ci fosse «niente di male», che motivo ci sarebbe, di tenerle nascoste? Che motivo ci sarebbe, già solo di dover tutte le volte puntualizzare che «non c’è niente di male», se la materia in questione non fosse scottante? È innegabile, a questo punto, che il trattare argomenti del genere provochi sempre un certo disagio, turbamento o grave imbarazzo.

Nell’uomo due potenzialità generative

Abbiamo detto e ripetuto più volte che questo particolare linguaggio, in principio, non era stato concepito come proprio degli esseri umani. La riproduzione sessuata e sessuale era stata infatti pensata per gli animali, non per gli esseri spirituali né per quelli fatti di carne e spirito, che presentano in loro una duplice potenzialità generativa così com’è duplice la loro natura. Fatte queste considerazioni, abbiamo più che ragione a credere che gli uomini sarebbero dovuti nascere diversamente da come nascono oggi, pur essendo in loro apprezzabili – in quanto trattasi di esseri materiali, oltre che meramente spirituali (come gli angeli) – anche le potenzialità generative proprie degli animali (vale a dire, gli organi deputati alla riproduzione).

«Che l’uomo però già nell’Eden sia stato fornito degli organi sessuali, questo è stato messo in atto dalla sapienza di Dio in previsione della futura caduta del peccato». In De hominis opificio, Gregorio di Nissa paragona così la natura originaria dell’uomo a quelle opere d’arte «nelle quali con sorpresa dell’osservatore sono posti due volti su un capo», dove viene lasciato decidere all’uomo di subordinare la possibilità inferiore della sua natura a quella superiore, ma anche di perdere la superiore a causa dell’inferiore.

Dire che questa ipotesi è infondata solo perché «gli esseri umani nascono con gli organi riproduttivi» non è del tutto ragionevole. Superata la perplessità iniziale, è d’obbligo riflettere: anche il nuovo Adamo e la nuova Eva, Gesù e Maria, presentavano tutti gli attributi e la parvenza di esseri fatti di materia, ma – come sappiamo – Maria concepì un Figlio in maniera del tutto soprannaturale, «subordinando la possibilità inferiore della sua natura a quella superiore». Si rifletta sul fatto che se fosse così “naturale” e se Dio avesse preordinato che gli uomini procreassero in questo modo, il primo rapporto sessuale – dunque, la perdita della verginità – non sarebbe affatto un evento doloroso e traumatico come – di fatto – è (ed è solo per l’essere umano donna). Si rifletta sul fatto che la femmina della “specie” umana è l’unica, tra tutti gli altri esseri (gli animali, non a caso) a presentare il sigillo della verginità. Si rifletta, infine, sull’importanza e il valore della purezza agli occhi di Dio, e sulla caratteristica che contraddistingue tutti gli uomini concepiti senza peccato o confermati in grazia pochi istanti dopo il loro concepimento. Che ne dite? Lo ribadiamo: Gesù, Maria e Giuseppe, tutti e tre veri uomini e tutti e tre diversamente divini, furono vergini. Era la loro natura perfetta, esente da colpa, a imporglielo.

La dinamica del primo peccato

Cosa ci dice la Scrittura?

Passiamo ora a esplicitare come sarebbe avvenuto il primo peccato, avvalendoci in primis degli indizi presenti nel testo biblico e poi di uno scritto della già citata Valtorta.

Consideriamo anzitutto che l’albero dai frutti proibiti è chiamato “albero della conoscenza (del bene e del male)”. Nel linguaggio semitico – e, per estensione, anche nel nostro – “conoscere” vuol dire anche «avere o avere avuto rapporti sessuali»19Fonte: Treccani.. In questa accezione, il verbo ricorre frequentemente nel Vecchio (Gn 4,1,17,25; 19,8; ecc.) e nel Nuovo Testamento (Mt 1,25; Lc 1,34), a partire proprio dal capitolo quarto della Genesi, il primo dopo il “fattaccio” compiuto da Adamo ed Eva.

«Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». Ebbene, non lasciatevi confondere: la “canoscenza” di cui parla Dante nel Canto XXVI dell’Inferno è ben altra da questa.

Riflettiamo anche sul fatto che essi, dopo il peccato, perduta cioè la loro connaturale innocenza, «si accorsero di essere nudi»20Cfr. Gn 3,7. e, conseguentemente, si nascosero. Dopo qualsiasi colpa, soprattutto quelle che riguardano i sensi, si tende a nascondere la parte intervenuta: dopo aver guardato qualcosa che non si deve, si abbassano gli occhi; dopo il furto, si nasconde la mano e così via. I nostri progenitori si curarono in particolar modo di coprire il basso ventre, con “cinture” [sic!] realizzate intrecciando foglie di fico. Da notare la prima profezia di Dio rivolta a Eva: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli». Ne consegue che il peccato abbia influito in primo luogo sulla “modalità procreativa” dell’uomo, dal momento che esso ha riguardato proprio la sua sessualità (che, prima di allora, non sarebbe dovuta esistere).

A questo punto, specifichiamo che l’obiezione secondo cui questa tesi non può valere perché Dio disse all’uomo e la donna, nel capitolo primo della Genesi, «siate fecondi e moltiplicatevi» non ha nessun senso né fondamento. Ammettiamo, per completezza, che pure l’espressione «diventare una sola carne», qualche riga dopo, possa essere facilmente equivocata. La domanda da farsi è: sì, ma in che senso? Sì, ma in che modo?

Fin da principio, in effetti, l’uomo e la donna sono stati chiamati a popolare la terra e, a questo scopo, a “unirsi” in virtù della loro reale complementarietà (che va oltre l’aspetto meramente fisico). Tuttavia, l’unità di cui si parla è un’unità soprannaturale, simile a quella realizzata dagli sposi per antonomasia Maria e Giuseppe21Nella novena a san Giuseppe, si parla del loro come di un «amore puro e libero che trascina con sé la carne nel superamento delle sue tare e delle sue debolezze».. Veramente, in Cristo, tutti sono chiamati a diventare «un solo corpo e un solo spirito»22Cfr. Ef 4,4., ma ciò, naturalmente, non ha niente a che vedere con la sessualità. Fu Dio, il Divin Figlio, a costituire in Maria e Giuseppe un’unità d’intenti tanto sul piano corporale quanto su quello spirituale.

È anche vero che l’“unione carnale” (di diritto, non di fatto) di cui si parla è ascrivibile alla natura stessa dell’uomo e della donna, essendo quest’ultima a tutti gli effetti «carne dalla sua carne»23Cfr. Gn 2,23..

È in vista della nascita di Gesù, che Maria e Giuseppe costituirono un corpo duale, una famiglia. Alla luce delle riflessioni fatte finora, possiamo tranquillamente affermare che è questa, la fecondità di cui si parla. Chiedetevi, allora: in che modo, la specie umana si sarebbe dovuta propagare? In che modo, sarebbero dovuti avvenire i concepimenti e le nascite? Prima di rispondere, riportate alla mente gli specifici ammonimenti che Dio rivolse ai colpevoli; ebbene, basandoci semplicemente sulla Scrittura, possiamo star certi che il primo peccato ha avuto un’influenza diretta proprio su questo aspetto della vita dell’uomo.

«Vi smarrite nel pensare a come sarebbe venuta la specie se…»

Il concepimento sarebbe dovuto avvenire così com’è avvenuta l’Incarnazione del Verbo in Maria, la nuova e più perfetta Eva. Una creatura innocente e senza peccato, infatti, non poteva conoscere il male; non poteva “conoscere” (nel senso esplicitato sopra) uomo.

Teniamo conto del fatto che gli uomini, nel paradiso terrestre, avrebbero avuto con Dio un rapporto a tu per tu, e che le esperienze mistiche sarebbero state all’ordine del giorno. Dunque, non abbiamo motivo di stupirci dinanzi a un intervento tanto preminente da parte della Divinità. Anche oggi, a dire il vero, è il Creatore a benedire una coppia con la grazia dei figli; è lui e lui solo, a deciderne il sesso e il numero (da qui l’illiceità di tutte le pratiche contraccettive e di fecondazione assistita)24Una nota biografica: quand’ero più piccola e innocente, ero veramente convinta che i bambini nascessero quando, come e perché «lo decideva Dio»!.

Questa la spiegazione dalla viva voce di Gesù:

Dio, Padre Creatore, aveva creato l’uomo e la donna con una legge d’amore tanto perfetta che voi non ne potete più nemmeno comprendere le perfezioni. E vi smarrite nel pensare a come sarebbe venuta la specie se l’uomo non l’avesse ottenuta con l’insegnamento di Satana.

Guardate le piante da frutto e da seme. Ottengono seme e frutto mediante fornicazione, mediante una fecondazione su cento coniugi? No. Dal fiore maschio esce il polline e, guidato da un complesso di leggi meteoriche e magnetiche, va all’ovario del fiore femmina. Questo si apre e lo riceve e produce. Non si sporca e lo rifiuta poi, come voi fate, per gustare il giorno dopo la stessa sensazione. Produce, e sino alla nuova stagione non si infiora, e quando s’infiora è per riprodurre.

Guardate gli animali. Tutti. Avete mai visto un animale maschio ed uno femmina andare l’un verso l’altro per sterile abbraccio e lascivo commercio? No. Da vicino o da lontano, volando, strisciando, balzando o correndo, essi vanno, quando è l’ora, al rito fecondativo, né vi si sottraggono fermandosi al godimento, ma vanno oltre, alle conseguenze serie e sante della prole, unico scopo che nell’uomo, semidio per l’origine di Grazia che Io ho resa intera, dovrebbe fare accettare l’animalità dell’atto, necessario da quando siete discesi di un grado verso l’animale.

Voi non fate come le piante e gli animali. Voi avete avuto a maestro Satana, lo avete voluto a maestro e lo volete. E le opere che fate sono degne del maestro che avete voluto. Ma, se foste stati fedeli a Dio, avreste avuto la gioia dei figli, santamente, senza dolore, senza spossarvi in copule oscene, indegne, che ignorano anche le bestie, le bestie senz’anima ragionevole e spi­rituale.

All’uomo e alla donna, depravati da Satana, Dio volle opporre l’Uomo nato da Donna soprasublimata da Dio, al punto di generare senza aver conosciuto uomo: Fiore che genera Fiore senza bisogno di seme, ma per unico bacio del Sole sul calice inviolato del Giglio-Maria.

Opera maggiore, volume I, capitolo 5, 27 agosto 1944, Maria Valtorta

Ma com’è avvenuto, nei fatti, il primo peccato? Per i dettagli, rimandiamo a questo link, dov’è presente una raccolta degli scritti in cui è Gesù stesso, nei colloqui mistici con la Valtorta, a renderne nota la dinamica. Riportiamo di seguito, in forma di cronaca, i passi salienti.

Come Lucifero deliberatamente, volontariamente peccò di superbia25Fu un peccato ben preciso anche quello che portò alcuni angeli a cadere, ma di questo ci riserviamo l’approfondimento per un altro post., desiderando di diventare come Dio, cioè creatore, così Eva desidera, istigata e “giustificata” dal serpente, di diventare anch’ella come Dio, cioè procreatrice. «Non siete neppur liberi come lo è la fiera», comincia satana. «A essa è concesso di amarsi d’amor vero… d’essere creatrice come Dio». Che vi abbiamo detto finora, a proposito degli animali? Ma andiamo avanti.

Un peccato contro lo spirito, il morale la carne

«Questa non è una mela», ma la sua rappresentazione immaginifica, osservava a ragione Magritte. Anche il “frutto proibito” viene sovente associato alla mela, un semplice simbolo a indicare una realtà in parte misteriosa. Non è invece un simbolo l’albero della Croce, cresciuto stavolta al di fuori dell’Eden, che ha prodotto frutti reali, tangibili, financo “edibili” (nell’Eucaristia) di autentica santificazione.

Al primo peccato di superbia, si aggiungono quelli di disubbidienza (nel non aver dato ascolto al comando di Dio), golosità e lussuria; mancherà infine la sincerità della confessione. Il serpente blandisce membra («il frutto dell’albero era buono a mangiarsi») e occhi («bello all’occhio e gradevole all’aspetto»): Eva inizia da sola26Peccato impuro solitario. il peccato; lo porta a termine con il compagno. Ma è sulla donna, seduttrice, che pesa la condanna più grave. È per lei che l’uomo non ha più saputo dominare i suoi tre regni: dello spirito, perché ha permesso che lo spirito disubbidisse a Dio; del morale, perché ha permesso che le passioni lo signoreggiassero; della carne, perché l’avvilì alle leggi istintive dei bruti27«Legge del peccato», la chiamerà san Paolo in Rm 7. «Chi mi libererà da questo corpo di morte?»..

Quanto più allora l’uomo volle disubbidire, godendo di un piacere illecito, tanto più ora deve soffrire, comprando il suo riscatto a prezzo del dolore – il contrario del piacere – e facendosi obbediente in tutto. Questo sacrificio può essere della parte spirituale, di quella morale o di quella carnale: persecuzioni da parte degli uomini o abbandoni di Dio per provare la fedeltà del suo servo, per la parte spirituale; ingiustizie, calunnie, incomprensioni, per la parte morale; malattie, povertà, lavoro estenuante, per la parte carnale.

Il perché dell’Incarnazione del Verbo

La colpa commessa dall’uomo doveva essere scontata dall’uomo e non dalla divinità non incarnata. Come avrebbe potuto la divinità, spirito incorporeo, redimere col sacrificio di se stesso le colpe della carne? Dice al riguardo il Signore: «Necessità dunque che io, Dio, pagassi con lo strazio di una carne e di un sangue innocente, nati da un’innocente, le colpe della carne e del sangue. Necessità dunque che una donna mi generasse secondo la carne, dopo avermi concepito sopra la carne, poiché da nessun coniugio di creature, per sante che fossero, poteva essere generato il Dio-Uomo, ma solo da uno sponsale tra la Purezza e l’Amore, tra lo Spirito e la Vergine, creata senza macchia per essere matrice alla carne di un Dio».

«Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito» (Gv 3,6)

Se Adamo ed Eva, i nostri (pro)genitori, ci hanno generati secondo la carne (Sal 51 [50],7), Gesù e Maria ci hanno rigenerati «secondo lo Spirito» (Gal 5,16.25).

Maternità secondo Dio

La maternità, priva di quanto ora l’avvilisce, era stata concessa dal Padre Creatore anche a Eva. «Dolce e pura maternità senza pesantezza di senso». Maria aspetta da Dio la rivelazione del mistero dell’Incarnazione del Verbo, imparentandosi sempre più con lui: figlia, sposa, madre. Eva non aspetta da Dio, ma accetta di ricevere da un essere usurpatore, non al tempo divinamente stabilito e in modo impuro, la rivelazione del mistero della formazione dell’uomo. Scriviamo in modo impuro, ed è esattamente così: nell’istante in cui Dio crea “pura” un’anima e la infonde in una carne che nei due primi s’imparentò con satana, in quell’identico momento l’anima stessa contrae il peccato originale, cioè l’imparentamento col demonio seduttore e l’oscuramento (per mancanza del nitore della Grazia) della parentela figliale e sponsale con Dio. Ecco perché la donna, dopo il parto, sente prima la necessità (nell’Antico Testamento) e poi il desiderio (nel Nuovo) di sottoporsi alla purificazione. Tale purificazione, a cui persino Maria, nella sua estrema umiltà, scelse di non sottrarsi28Vd. Lc 2,22. (pur non avendone alcun bisogno), non è altro che la “redenzione” e “giustificazione” di un atto che, di per se stesso, è degradante e indegno di un uomo. La sua ragion d’essere, a questo punto, è evidentemente assimilabile a quella del matrimonio-sacramento.

La fine della storia (nella carne). E il suo nuovo inizio (nello Spirito)

«Questa era la prima cosa. La seconda è questa: da san Paolo abbiamo imparato che esiste un nuovo inizio nella storia e della storia in Gesù Cristo, Colui che è uomo e Dio. Con Gesù, che viene da Dio, comincia una nuova storia formata dal suo sì al Padre, fondata perciò non sulla superbia di una falsa emancipazione, ma sull’amore e sulla verità».

Nell’udienza generale del 10 dicembre 2008, Benedetto XVI ripercorre in poche battute la storia umana, segnata e «inquinata» fin dagli inizi – dice – «dall’abuso della libertà creata»; una libertà solo presunta, che «intende emanciparsi dalla Volontà divina» e si rivela ben presto per quel che è veramente: schiavitù (al peccato).

Con l’avvento del Messia, la storia non viene riscritta, bensì completata e arricchita di un lieto fine/inizio. L’uomo, finalmente redento, giustificato e santificato, non si qualifica più “peccatore” nella sua essenza, e questo in virtù dell’opera giusta di uno solo, Gesù (come per la caduta di uno solo, Adamo, si riversò la condanna su tutti gli uomini29Cfr. Rm 5.). Gli effetti della colpa d’origine rimangono, a testimoniare ulteriormente che la chiave di lettura del nostro racconto è la fede. E lo è dall’inizio alla fine.

«Ma adesso si pone la questione: come possiamo entrare noi in questo nuovo inizio, in questa nuova storia? Come questa nuova storia arriva a me?». Il pontefice emerito risponde anche a queste domande, oltre a quella posta in premessa – chiaramente provocatoria – sull’emancipazione dalla libertà. «Con la prima storia inquinata siamo inevitabilmente collegati per la nostra discendenza biologica, appartenendo noi tutti all’unico corpo dell’umanità. Ma la comunione con Gesù, la nuova nascita per entrare a far parte della nuova umanità, come si realizza? Come arriva Gesù nella mia vita, nel mio essere? La risposta fondamentale di san Paolo, di tutto il Nuovo Testamento è: arriva per opera dello Spirito Santo. Se la prima storia si avvia, per così dire, con la biologia, la seconda si avvia nello Spirito Santo, lo Spirito del Cristo risorto».

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