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Gaudete et exsultate, la santità “gioiosa” vista da papa Francesco

Si è tenuto lunedì 11 marzo, presso il centro pastorale Lumen gentium di Castellaneta (Ta), l’incontro di presentazione di Gaudete et exsultate, l’esortazione apostolica di papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo. “Un invito alla gioia”, per Paola Bignardi, ex presidente di Azione Cattolica ospite del convegno.

La gioia è il motivo conduttore di tutto il magistero di Francesco, una pro-vocazione universale declinata in “gaudio” (Evangelii gaudium), “letizia” (Amoris laetitia) ed “esultanza”, per l’appunto. La parola “felice” o “beato” diventa sinonimo di “santo”, in quest’ottica, e la santità si fa quasi “attraente”.

Gaudete et exsultate (Paoline, 2018)
Gaudete et exsultate (Paoline, 2018)

Tra i cristiani, la gioia non ha mai avuto una buona fama. Ma la Croce si abbraccia, non si imbraccia, e la sofferenza – necessaria alla santità – non si vive con spirito di ribellione. Citando Bignardi, il Vangelo delle beatitudini è la “carta d’identità del cristiano”; che è la carta d’identità di Cristo stesso, perché la santità consiste “nell’unione intima con Dio” (cfr. s. Faustina Kowalska).

“Unione” vuol dire conformità totale, adesione e abbandono completi alla Divina Volontà. Si legge nel documento: “È la forza non espropriante della grazia a fare la differenza, presenza che apre i cuori e mette al riparo dall’autosufficienza, così che i santi hanno sempre riconosciuto di essere stati immeritatamente oggetto di benevolenza”.

C’è merito solo nel ricercare e abbandonarsi, a questa grazia, non in ciò che ne consegue. “La santità – conferma s. Teresa di Lisieux – non consiste nel fare questa o quella pratica, consiste in una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli nelle braccia di Dio, coscienti della nostra debolezza e fiduciosi fino all’audacia nella sua bontà di Padre”.

Ciò non toglie che il Signore abbia figli liberi; ma quale folle, sapendo che Dio è capace di solo bene, direbbe di “no” al suo progetto? Saremo pure “figli liberi”, come si è detto, ma Dio è padre amorevole e benevolo.

L’uomo da solo non basta a se stesso. Di fatto, privo della Sua grazia, è capace di solo male. Dio da solo basta per tutti, ma ha voluto “entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo”, per sanificare e santificare tutti e ciascuno.

Ogni progetto personale fa parte del Progetto Divino. Non si dimentichi, invita dunque il Papa, che “non è che la vita abbia una missione, ma che è missione”. E il primo passo è scoprire qual è.

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Gaudete et exsultate, la santità “gioiosa” per papa Francesco

Si è tenuto lunedì 11 marzo, presso il centro pastorale Lumen gentium di Castellaneta (Ta), l’incontro di presentazione di Gaudete et exsultate, l’esortazione apostolica di papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo. “Un invito alla gioia”, per Paola Bignardi, ex presidente di Azione Cattolica ospite del convegno.

La gioia è il motivo conduttore di tutto il magistero di Francesco, una pro-vocazione universale declinata in “gaudio” (Evangelii gaudium), “letizia” (Amoris laetitia) ed “esultanza”, per l’appunto. La parola “felice” o “beato” diventa sinonimo di “santo”, in quest’ottica, e la santità si fa quasi “attraente”.

Gaudete et exsultate (Paoline, 2018)
Gaudete et exsultate (Paoline, 2018)

Tra i cristiani, la gioia non ha mai avuto una buona fama. Ma la Croce si abbraccia, non si imbraccia, e la sofferenza – necessaria alla santità – non si vive con spirito di ribellione. Citando Bignardi, il Vangelo delle beatitudini è la “carta d’identità del cristiano”; che è la carta d’identità di Cristo stesso, perché la santità consiste “nell’unione intima con Dio” (cfr. s. Faustina Kowalska).

“Unione” vuol dire conformità totale, adesione e abbandono completi alla Divina Volontà. Si legge nel documento: “È la forza non espropriante della grazia a fare la differenza, presenza che apre i cuori e mette al riparo dall’autosufficienza, così che i santi hanno sempre riconosciuto di essere stati immeritatamente oggetto di benevolenza”.

C’è merito solo nel ricercare e abbandonarsi, a questa grazia, non in ciò che ne consegue. “La santità – conferma s. Teresa di Lisieux – non consiste nel fare questa o quella pratica, consiste in una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli nelle braccia di Dio, coscienti della nostra debolezza e fiduciosi fino all’audacia nella sua bontà di Padre”.

Ciò non toglie che il Signore abbia figli liberi; ma quale folle, sapendo che Dio è capace di solo bene, direbbe di “no” al suo progetto? Saremo pure “figli liberi”, come si è detto, ma Dio è padre amorevole e benevolo.

L’uomo da solo non basta a se stesso. Di fatto, privo della Sua grazia, è capace di solo male. Dio da solo basta per tutti, ma ha voluto “entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo”, per sanificare e santificare tutti e ciascuno.

Ogni progetto personale fa parte del Progetto Divino. Non si dimentichi, invita dunque il Papa, che “non è che la vita abbia una missione, ma che è missione”. E il primo passo è scoprire qual è.

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Percezione del peccato e libertà dei figli di Dio. Ovvero: il male peggiore e più diffuso al mondo

Nel mondo non esistono disgrazie. Non esiste la fame, l’odio, la separazione. Non esistono catastrofi, lutti, sofferenze, morte e malattie. O meglio: di malattia ce n’è una, e il suo virus si propaga a una velocità tale da mietere miliardi di vittime. Almeno sette – di miliardi – quanti sono attualmente gli abitanti della Terra.

E non è finita qui.

Tutti gli uomini di tutte le epoche sono morti contraendola. Solo due sono stati risparmiati, e ancora oggi fanno da oggetto di studio di quanti smaniano per la cura. Anche i grandi scienziati, tra quelli che Li rinnegano, tendono irrimediabilmente a Loro.

Ebbene, Gesù e Maria sono i detentori della cura. Che non è un farmaco qualsiasi o un rimedio miracoloso. “Miracoloso”, di per sé, lo sarebbe pure. Ma tutto dipende dalla risposta dell’organismo (leggi “disposizioni interiori”).

Il rimedio? La Grazia. La malattia? Il peccato.

Prevenire è meglio che curare

Fare profilassi è più che doveroso. “Prevenire” significa anzitutto prenderne atto; se è così diffusa è perché in pochi la conoscono (e ancora meno la diagnosticano). La malattia-peccato è un killer silenzioso, subdolo, infido quanto i suoi untori-demoni. I sintomi sono terribili, eppure non ti accorgi di averli. Pensi che sia nor-male ciò che in realtà è solo male.

Il fatto che tutti ce l’abbiano non vuol dire niente. Prendi i santi: “portatori sani”, potremmo definirli. Perché una cosa è l’infezione; un’altra è l’affezione (al peccato).

Torniamo per un momento alla Grazia.

Scrivo “Gesù e Maria sono i detentori della cura”, ed è esattamente così. Loro e solo Loro possono guarire. Le grandi prediche non bastano. Inutili le testimonianze, le prove, i racconti, le apparizioni. Non è la chiacchiera dell’uomo a convertire, ma la Parola (di Dio). Anzi: il Verbo che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi.

Viene ad abitare nei nostri cuori, Gesù, richiamato da chissà quale piccolo slancio. La preghiera (nostra o altrui) oppure – quando l’aspirina non basta – il digiuno di qualche pio religioso per la conversione dei peccatori.

Verso la guarigione

Avviene come sulla via di Damasco: una folgorazione. “Ero cieco e ora ci vedo”, esclama il miracolato del vangelo di Giovanni. Questo il racconto ai farisei: “Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo”. Permettete una libera interpretazione? Dire “mi sono lavato” è come dire “mi sono confessato”. Al posto dell’acqua di Siloe c’è il Sangue di Cristo, che scende sull’anima e la purifica. Oltre a mondarla, però, infonde anche la Grazia santificante e con essa la libertà.

È la “libertà dei figli di Dio” di cui parla san Paolo, la facoltà di discernere bene e male e scegliere di conseguenza. Significa trovarsi di fronte a due opzioni, distinguendo chiaramente cos’è peccato da cosa non lo è. Prima si parlava di “killer silenzioso”: se inizialmente la “vocina” contraria si sente (coscienza? angelo custode?), si finisce per non udire più nemmeno quella.

Quanta gente c’è, tra i professi “cristiani”, che si lascia sopraffare dal peccato? Che ne ha perso la percezione, persino? San Giovanni direbbe “non l’hanno mai visto né conosciuto”, il Signore, quel Dio a proprio uso e consumo tutto misericordia e niente giustizia. Non è nor-male che un cristiano chiacchieri, spettegoli, condanni o giudichi, sia pure un “piccolo giudizio” perché quello che vede è – a suo dire – “oggettivamente sbagliato”. Si pensi a quanti, tra i c.d. “integralisti”, prendono di mira il papa e i cardinali, non senza parole forti e vere e proprie riprovazioni. Premessa: insultare un ministro di Dio è di per sé fatto grave. Mi piace pensare a san Pio, che con la Chiesa non ebbe affatto un rapporto idilliaco. Si ricorda la condanna del Sant’Uffizio mai ufficialmente revocata, come pure le accuse da parte di un certo vescovo di facili costumi. Quando gliele riferirono, la sua reazione fu incisiva: “Satana non si vince con satana”, sentenziò.

Niente di più vero: avrebbe potuto facilmente smarcarsi da quelle accuse, appellandosi, magari, alla cattiva fama del prelato.

Eppure non lo fece.

Questa si chiama carità, ed è certamente la principale tra le virtù cristiane. Non è un caso, infatti, che sia la prima a perdersi.

Quel che si deve fare è pregare e sacrificarsi, se davvero si ha a cuore il bene della Chiesa. Sennò sono e rimangono critiche sterili e – di più – peccaminose.

Medice, cura te ipsum

Già so che c’è chi non si arrende: è giusto ammonire chi sbaglia. E chi ha mai detto il contrario? Tutto sta nel modo in cui lo si fa. Atteniamoci a una regola generale, per non farla troppo lunga: ama il prossimo tuo come te stesso. Fosse pure il peggior criminale su questa terra; fosse pure chi ti ha messo in croce e trafitto il cuore con una spada. “È un’ingiustizia!”, protesta qualcuno. Lo è. E il Re dei giusti ha la corona di spine.

Si presuppone che i suoi sudditi – i giusti, appunto – gli somiglino almeno un po’. Sennò non lo sono, o non ne sono degni.

Il riferimento è chiaro: si parla di nuovo di Gesù che è Dio. Sì, proprio Lui che scacciò i mercanti dal tempio.

Lo ammetto: forse ho volato troppo alto, prendendolo a esempio. Ma probabilmente lo avete fatto anche voi.

Magari contestate che Gesù “non è stato sempre buono e gentile”, opponendo quell’episodio. Per non parlare di quando apostrofò scribi e farisei “serpenti, razza di vipere”. Alt: non vedete che Gesù è Dio?

Io avrò volato alto, ma voi non elevatevi a giudici. Perché solo uno è Padrone della giustizia, e quello è il Signore Dio. E poi contestualizzate: i richiami, fino a quel momento, erano stati continui. Ma quegli “ipocriti” [sic!] non l’hanno accolto fino all’ultimo, rendendosi colpevoli di un peccato ancora più grave: l’impugnazione della verità conosciuta. La sentenza, per i dannati, è sempre di autocondanna.

Nel caso specifico, non è il Creatore che dobbiamo imitare. Sarebbe impossibile: la natura sostanziale è diversissima, miserrima. Ispiriamoci piuttosto al prototipo perfetto della perfetta creatura, Maria. Maria è solo misericordiosa, Lei che potrebbe benissimo scagliare la prima pietra. Chi, più di Lei, è senza peccato?

Ma riflettiamoci su.

Proprio perché “immacolata”, non potrebbe mai farlo. Eppure Dio Le ha accordato un’inimicizia, l’unica possibile in tutto il Creato: quella con il serpente. L’atteggiamento di Maria è esemplare anche in questo. Ce La immaginiamo, mentre lo insulta o gli inveisce contro? Io no. Ecco la chiave di tutto, ed ecco perché Lei vince sempre: non combattono ad armi pari.

Inutile rispondere al male con il male. Da bambini ce lo insegnano con le fiabe, che il bene vince sempre…

Le tenebre che accecano

Se ancora non vi ho convinto, grazie per l’ulteriore conferma e per l’esercizio di umiltà: le mie chiacchiere proprio non bastano. Perciò vi lascio con la Parola: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane”. Completa san Giovanni: “Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi”.

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Piccolezza, via di grandezza

Il mistero di Gesù Cristo è mistero di piccolezza: Lui si è abbassato, si è annientato. Il mistero di Gesù, come vediamo nell’Ostia a ogni Messa, è mistero di amore umile, e si coglie solo facendosi piccoli e frequentando i piccoli” (papa Francesco). “Farsi piccoli” e “frequentare i piccoli”: questo il motivo conduttore del santo Natale. È Dio incarnato a spianare la strada della santità, col Suo esempio in nascita e in morte. La “strada” è in realtà un doppio binario: l’ascesi si vive facendosi piccoli (Natale) e sacrificandosi (Pasqua).

In molti, tra i grandi santi, si interrogarono su quale scegliere. C’è chi consacrò la propria vita alla Croce, nel martirio e nella penitenza, e chi – per usare un altro simbolo – privilegiò la mangiatoia.
La verità è che non c’è l’una senza l’altra. L’umanità di Gesù è un percorso univoco, dalla grotta fino al Calvario. Il Figlio non cresce se non nasce, e non risorge se non muore. È questa la metafora della fede: non Betlemme, ma il cuore degli uomini.

Per germogliare, le virtù vanno opportunamente coltivate. Come va alimentato (“svezzato”) un bambino piccolo. Maria, Madre per eccellenza, fa crescere Gesù nell’anima; maturità dello spirito è sinonimo di fede adulta.

Tra i “grandi santi” di cui sopra c’è senz’altro Teresina di Lisieux. Il vezzeggiativo non è casuale: Teresa precorse la via del nascondimento, della discrezione. Dell’imperfezione fece virtù, nella sua c.d. “infanzia spirituale”. Vale la pena citarla: “Voglio cercare il mezzo di andare in Cielo per una via ben diritta, molto breve, una piccola via tutta nuova. […] Vorrei anch’io trovare un ascensore per innalzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la dura scala della perfezione”. E continua: “Le Tue braccia, o Gesù, sono l’ascensore che mi deve innalzare fino al Cielo! Per questo io non ho affatto bisogno di diventare grande; bisogna anzi che rimanga piccola, che lo diventi sempre di più”.

Non occorre essere “grandi” quando si è già “alti” in virtù. Un cuore piccolo è meno appesantito dalle cose del mondo, le zavorre dell’anima. Per questo, nella sua leggerezza, è più facile che si elevi. Potrà sembrare un paradosso, ma crescere… in piccolezza è tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

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Pop, popolare e nazional-popolare. Ovvero: riflessioni sul podio di Sanremo 2019

Da una parte Il Volo, dall’altra Mahmood. Last but not least, Ultimo. Ma in questa sede ci interessano i primi due: sono le due facce di un’Italia divisa, come al solito, che non conosce mezze misure ma solo estremi.

L’Italia non è mai stata la Svizzera, non ha mai avuto l’equilibrio tipico dei Paesi continentali. Da brava penisola, invece, si contamina e si lascia “bagnare” da almeno tre parti. Per non parlare della politica: a metà tra destra e sinistra; conservatorismo e progressismo, non sa far altro che frammentarsi. I tre tenorini sono di destra; il mezzo-immigrato è di sinistra.

Che poi non è nemmeno immigrato.

Per fare i comunisti bisogna… emulare una certa coerenza. Quindi rivediamo il linguaggio, ché si dice “italiano di seconda generazione”.

La vittoria – fischiata – di Motta e Nada ha fatto da apripista all’epilogo della quinta serata. Dov’è l’Italia (inno all’immigrazionismo? I rossi correggerebbero: all’umanesimo) ha dato il là a Mahmood l’Egiziano. Immaginatevi la faccia: un mezzo egiziano, con la maglia dell’Italia, all’Eurovision Song Contest. In Medio Oriente, oltretutto. Se non altro siamo furbi, perché giocherà in casa.

L’Italia è quel Paese che non sa mettersi d’accordo. E che non sa scegliere chi mette tutti d’accordo. La domanda – in Parlamento come a Sanremo – è sempre una: chi li ha votati? E com’è possibile che in aula e in sala si abbia sempre da ridire (fischiare)?

Perché è un podio che non mette d’accordo nessuno; eppure mette d’accordo tutti. “Eppure” od “oppure”? Il dibattito è aperto.

Doverosa, a questo punto, una digressione sui generi(s). “Pop” e “popolare” sono due cose uguali e diverse. “Pop” è Mahmood; “popolare” è Ultimo. Il Volo, invece, è più nazional-popolare. L’abbiamo detto prima: l’Italia premia tutti e tre, dato che non sa decidersi. Ben venga, dunque, il bronzo de Il Volo, ma solo se al primo posto resta Mahmood.

In medio stat mediocre.

Più che un podio è una stadera, con al centro quel popolare che è mediocrità, che permette di non schierarsi… e per questo lo voti. I tuoi particolari non ha niente di particolare, eccetto la straordinaria ordinarietà di una comune canzone d’amore.

E non c’è niente di più universale, di più… popolare dell’amore stesso.